La banalità del bene comune

Da sempre chi fa politica si dichiara fautore del “bene comune” ma a pensarci bene sarebbe ben strano il contrario. Si tratta, piuttosto, di sapere cosa intendano per bene comune forze politiche che, a volte, sono anche assai diverse fra di loro. Pare, ad esempio, che non vi sia unanimità di giudizio fra i partiti sul concetto di salute come bene comune. Sarebbe altrimenti intollerabile una così palese disparità di trattamento fra cittadini che risiedono in regioni diverse e all’interno della stessa regione fra chi ha di più e chi ha di meno. Persino su un bene che tutti dicono comune, come l’acqua, ci si può dividere. Lo si preserva lasciando in mano pubblica gli acquedotti o affidando la gestione della rete idrica a privati?

Venendo più da vicino ai fatti di casa nostra, il paesaggio è il classico bene comune invocato da tutti. È la bellezza che ci circonda e che saremmo tenuti a custodire con cura per tramandare intatta a chi verrà dopo di noi. Conserviamo e mostriamo con orgoglio fotografie della Marinella, del Sant’Elia, dello Scoglio dell’Ulivo o dell’impareggiabile panorama dal belvedere di villa Mazzini. Come si concilia quest’amore con l’abbandono che è stato fatto della montagna agli incendi dolosi, al taglio degli alberi, alla devastazione e all’abusivismo? È amore per il bene comune progettare l’installazione (poi fortunatamente scongiurata) di un enorme monumento in villa comunale? O lo è far scorrere sino a mare il “rio Miceli” ingrossato dalla fogna? Abbandonare al degrado Villa Repaci? Realizzare un insensato Museo del Mare? Sloggiare i pedoni dai marciapiedi per installare dehors di ogni possibile dimensione e foggia? Gli esempi, purtroppo, non finiscono qui.

Il recente passato e l’attualità contemporanea mostrano come il bene comune, così agitato dalla propaganda della politica, è vuota retorica se non lo si riempie di contenuti e se chi lo brandisce oggi come programma elettorale ha già dimostrato in passato di non volerlo o di non poterlo curare per davvero.

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