19 – In memoria di Giuseppe Lopresti

La memoria – Gustavo Forca
Se non fosse per la memoria ogni specie vivente, a maggior ragione quella umana, si estinguerebbe. Senza memoria non si può costruire il futuro. Un futuro costruito su di una “tabula rasa” sarebbe foriero di vecchi e nuovi orrori. L’umanità intera ha già pagato, purtroppo innumerevoli volte, il conto salatissimo dei suoi errori. Come specie umana, nobilitata o meno da una creazione divina, tutto quello che è successo ci appartiene. Gli orrori ed errori del passato non sono relegati ad esso, ma saranno sempre possibili appartenendo, come possibilità, all’eterno presente dell’umanità. Non esiste una lavagna con la divisione precostituita di buoni e cattivi, vittime o carnefici. Ognuno di noi avrà il suo nome scritto in uno dei due elenchi solo in dipendenza delle sue azioni, poiché tutti siamo perfettamente in grado di fare sia il bene che il male. I sentieri del bene e del male inizialmente possono apparire anche molto simili ed ambedue convincenti. La memoria di ciò che è già accaduto può aiutarci a distinguerli prima che sia troppo tardi, ma anche poi a schierarci “senza se e senza ma”. Non è facile avere una memoria storica avulsa dagli interessi dei vincitori, dalle banalizzazioni, dai negazionismi, dai revisionismi, ecc. ma è cosa prioritaria che ciò avvenga. Difficile in una giornata di pieno sole e cielo terso pensare alle alluvioni! Ma è proprio in quel giorno che dobbiamo operare e ricordare! Ricordare con piena cognizione delle cause e delle responsabilità storiche. Altre cosa e ben diversa è la “pietas” Virgiliana verso i morti o il perdono cristiano; certamente giusti, ma la cui celebrazione va fatta in altri momenti, per non unire nello stesso calderone vittime e carneficie quindi vanificare, di fatto, la memoria.

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L’attentato di via Rasella

Dopo la vergognosa fuga da Roma del re insieme al generale Badoglio, quando gli angloamericani avevano oramai occupato buona parte del territorio meridionale della penisola ed i tedeschi incontrastati avevano invaso le regioni del nord e del centro, l’Italia si trovò spaccata in due lungo la cosiddetta linea Gustav, approntata dai nazisti dal Tirreno all’Adriatico, dalla foce del Garigliano sino ad Ortona passando per Cassino. A fine ’43 le forze della Resistenza, organizzate nel Comitato di LiberazioneNazionale, potevano sperare che, sotto la spinta delle forze alleate, l’esercito degli invasori tedeschi sarebbe stato ben presto costretto alla ritirata oltre i confini nazionali. Invece l’inverno del 43-44 si rivelò infruttuoso per le speranze partigiane perché i tedeschi opposero, sui contrafforti appenninici, una resistenza accanita. Roma, dichiarata “città aperta” e formalmente sottoposta alla sovranità della Repubblica di Salò, era di fatto totalmente controllata dalle truppe tedesche del tenente colonnello Kappler, a capo della famigerata Gestapo, resosi responsabile del rastrellamento del ghetto della capitale nell’ottobre ‘43 e della brutale repressione di chi fosse anche solo sospettato di antifascismo. Anche a fine gennaio del ’44, dopo lo sbarco degli Alleati sul litorale laziale, ad Anzio a pochi chilometri da Roma, la capitale rimase saldamente in mano tedesca. In queste circostanze, nella convinzione che la liberazione della città non potesse tardare e col desiderio di contribuire al rovescio dell’armata nazista, si muovevano i gruppi partigiani romani, con maggior determinazione e coraggio quanto più sentivano avvicinarsi alle porte della capitale il teatro di guerra. L’attentato di via Rasella, progettato simbolicamente nel giorno dell’anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, fu organizzato dal partito comunista, la sola organizzazione di fatto sopravvissuta alla brutale repressione di Kappler dopo l’arresto e la tortura nel famigerato carcere di via Tasso degli uomini più in vista delle altre componenti della resistenza romana, in primo luogo i trotzkisti di Bandiera Rossa, gli azionisti di Giustizia e Libertà, i socialisti tra i quali il giovanissimo Lopresti. L’attentato di via Rasella nasce in questo belligerante contesto storico, sicché è del tutto fuori luogo la rappresentazione che taluna parte ha voluto dare di quegli eventi come di un proditorio attacco all’esercito tedesco impegnato in una normale operazione di pattugliamento o addirittura di una strage progettata per un regolamento di conti interno alla frazione comunista romana. Roma sarà liberata due mesi più tardi ma l’esercito nazista riuscirà a fare ancora altre vittime prima della sua fuga. Il socialista Bruno Buozzi, che tanta parte aveva avuto nel processo in atto di riorganizzazione del sindacato, sarà ucciso appena poche ore prima della liberazione

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Roma,24 marzo 1944
Il 24 marzo ‘44 le truppe d’occupazione tedesche a Roma uccisero trecentotrentacinque persone in risposta ad un attacco partigiano avvenuto meno di ventiquattro ore prima in via Rasella e nel quale avevano perso la vita trentatré militari del reggimento di polizia Bozen. La proposta di fucilare dieci italiani per ogni poliziotto tedesco ucciso,
avanzata dal comandante della polizia e dei servizidi sicurezza, tenente colonnello Herbert Kappler, e dal comandante delle forze tedesche di stanza a Roma, generale Kurt Mälzer, fu subito accolta da Hitler che anzi, si dice, avrebbe inizialmente ordinato la distruzione totale di Roma. I capitani delle SS Erich Priebke e Karl Hass furono incaricati dell’esecuzione della rappresaglia. L’ordine era di selezionare le vittime tra i prigionieri condannati a morte ma, poiché il loro numero risultò insufficiente, furono inclusi anche detenuti arrestati per motivi politici, molti prigionieri ebrei e persino alcuni civili che passavano per caso nelle vie di Roma. Tra questi uomini, il più anziano dei quali aveva poco più di settant’anni ed il più giovane quindici, si trovava anche il ventitreenne Giuseppe Lopresti, figlio di emigrati palmesi a Roma e militante del partito socialista. Le vittime così individuate furono radunate nei pressi delle grotte artificiali sulla via Ardeatina, per eseguire in segreto la rappresaglia e occultare facilmente i corpi. Per un tragico errore le vittime furono anche superiori alle trecentotrenta inizialmente previste dalla feroce contabilità nazista ed al termine del massacro l’ingresso alle fosse fu fatto saltare in aria con l’esplosivo. Nel dopoguerra Kappler sarà processato e condannato all’ergastolo da un tribunale italiano ma riuscirà ad evadere dall’ospedale militare dove era stato ricoverato e a rifugiarsi in Germania, dove morirà pochi mesi dopo nel febbraio del ‘78. Mälzer, condannato da un tribunale inglese, morirà in prigione nel ‘52. Hass e Priebke, dopo una lunga latitanza, saranno arrestati e condannati all’ergastolo nel ‘98; il primo morirà nell’aprile del 2004, il secondo nell’ottobre del 2013
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riscontri sulla stampa locale:
L’ora della Calabria  (23/3/14): Le Fosse Ardeatine 70 anni dopo
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volantino e manifesto murale:

inmemorialopresti

P2690207

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