Oppido: non c’è sorpresa

I fatti di Oppido Mamertina, non nuovi invero per la Calabria ma questa volta balzati sulle prime pagine della stampa nazionale per via della recente visita del papa in questa regione, hanno portato molti commentatori a indicare ancora una volta le responsabilità della classe dirigente meridionale, calabrese in particolare, per questo sperimentato e secolare degrado della vita sociale. È un refrain già mille volte ascoltato. Lo ha ripetuto, da ultimo, Vito Teti in un bell’articolo apparso qualche giorno fa su La Stampa. Sembra spiegare tutto. Vorrebbe allontanare il pregiudizio razzista sui meridionali e, insieme, respingere la tesi vittimista e storicamente infondata di un Sud depredato delle sue ricchezze da un Nord cinico e avaro. Tuttavia, così com’è formulata, quella spiegazione non spiega niente. Soprattutto perché nel caso in esame, l’omaggio di chiesa ad un criminale, sono in gioco comportamenti collettivi, sentimenti consolidati che sarebbe insensato attribuire alla classe dirigente nella mera attualità alla quale va certamente attribuita, viceversa e per intero, la pessima gestione della sanità pubblica, del territorio, dell’acqua, dei rifiuti. Piuttosto rischia di diventare un facile argomento nelle mani di chi, e non manca tra le cosiddette élite culturali settentrionali, si affida proprio alla spiegazione pseudo-naturalista. La classe dirigente può emergere dal primordiale scontro tra tribù o dalla libera competizione fondata su capacità e meriti. Ma nei due citati estremi, come in tutte le infinite possibilità intermedie, i politici, gli imprenditori, gli intellettuali sono espressione di quella società. Così si torna alla spiegazione più elementare, quella del pregiudizio verso i meridionali, popolo di inetti e di criminali. Per uscire da questo vicolo cieco di spiegazioni è necessario fondare storicamente il giudizio sulle responsabilità. In questo spazio necessariamente ristretto facciamo cenno a qualche argomento. Alla fine del XVIII° secolo ed al principio del successivo XIX° il regno delle Due Sicilie, quello che diverrà Mezzogiorno d’Italia, si trovava in una situazione niente affatto diversa, e forse un po’ più avvantaggiata, di quella degli altri stati pre-unitari, compreso quel Piemonte che l’avrebbe più tardi conquistato. La penisola italiana tutta era in forte ritardo rispetto alle parti più progredite d’Europa, Inghilterra e Francia in primo luogo. Ma a metà Ottocento il regno Sardo, grazie alla lungimiranza dei suoi governanti, si dota di una costituzione, investe massicciamente nelle infrastrutture e nell’istruzione del suo popolo. Ecco una prima, decisiva responsabilità per le sorti meridionali: la monarchia napoletana, gretta e ottusa, rifiuta ostinatamente la costituzione, affida al clero quel poco d’istruzione che viene impartita (e questo è un aspetto che meriterebbe di essere approfondito), lesina negli investimenti. Così quando le due parti d’Italia si salderanno il Sud è già ben indietro (nasce la Questione Meridionale). Prevale il convincimento che il Sud, una volta liberato dalle catene dell’oppressione borbonica, svilupperà rapidamente tutte le sue potenzialità. Ma non sarà così. Servirebbero politiche attive ma l’età liberale con i suoi paradigmi economici, vi ricorda qualcosa?, lo impedisce. Ecco una seconda linea di responsabilità che appartiene alla classe politica risorgimentale tutta, settentrionale e meridionale, che compirà anzi il suo nefasto capolavoro suggellando l’intesa tra gli agrari del Sud e gli industriali del Nord. Gli sforzi della neonata industria nazionale si concentreranno tutte nel costituendo triangolo Torino-Genova-Milano. Mussolini dichiarerà persino liquidata la Questione Meridionale. Ma non è affatto così. Ecco una terza responsabilità: mai come durante gli anni della dittatura sarà ampio il divario tra le due parti d’Italia. Solo nel secondo dopoguerra, con l’avvio di politiche meridionaliste da parte dei governi di centro-sinistra, la forbice inizierà a chiudersi. Ma durerà poco, le rivendicazioni leghiste e l’onda lunga di un nuovo liberismo metteranno fine a quella proficua stagione. Ecco una quarta individuata responsabilità. Oggi, tornando al sud del Sud, la Calabria è la regione d’Italia più svantaggiata e dove si vive peggio. Ce lo dicono con chiarezza i dati ISTAT appena pubblicati nel rapporto sul benessere nazionale (BES 2014). Di questo generale sfascio e delle relative responsabilità, di cui i fatti di Oppido non sono che l’epifenomeno mediatico, non siano esentate le classi dirigenti nazionali, anche se di altre regioni.

Palmi, 11 luglio 2014                                                                                                                     Pino Ippolito Armino

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5 pensieri riguardo “Oppido: non c’è sorpresa

  1. Il sud ( e più “sud” è, peggio è) è da “sempre” suddito di tre poteri forti: la chiesa, la mafia e lo stato. Spesso questi tre poteri hanno trovato (e trovano) forme di alleanza, o non belligeranza, tra loro. Liberarsi da questo inviluppo di catene rasenta l’impossibile, con le sole forze che i meridionali possono mettere in atto. Probabilmente non ne usciremo sino a quando non avremo a che fare con uno stato ed una chiesa “diversi”.

  2. La vicenda ripercorre altri casi del genere (Sant’Onofrio, Palmi stessa, ecc.,ecc.), caratterizzati dalla sopravvivenza di una forte simbologia. Forse, paradossalmente, questa “esteriorità” consente che se ne parli e, in modo più o meno efficace o imbarazzato
    che si intervenga. Non si deve però commettere l’errore di contrapporre,sotto questo aspetto, il sud al nord, dove la ‘ndrangheta e’ permeata in modo molto meno “simbolico”.

  3. Questa riflessione si può prestare, contro le mie intenzioni, ad interpretazioni almeno in parte “liberatorie” per la classe dirigente meridionale. Non è così. Volevo riportare al centro dell’attenzione una Questione che non siamo in grado di risolvere da soli. È come se chiedessimo all’Italia di oggi di far fronte alle sue difficoltà economiche, dovute anche alla globalizzazione, senza l’apporto dell’Europa.

  4. L’italia non andrà da nessuna parte se assieme all’aiuto dell’Europa non cambierà registro di gestione della cosa pubblica, mitigherà la corruzzione,il gap tra le classi, ecc ecc Negli anni passati il meridione ha “goduto” di un gettito serio e continuo di denaro che praticamente non è mai andato nelle mani giuste. Gran parte è tornato al nord e l’altro ha arricchito i pochi. Noi non andremo da nessuna parte se non avremo uno stato di cui essere cittadini, una chiesa con posizioni non equivoche e gattopardesche ecc ecc.
    Fatte le debite eccezioni noi abbiamo sempre eletto una classe politica di ladri incompetenti. A parziale nostra discolpa aggiugo che mai abbiamo espresso un voto libero e ponderato schiacciati come siamo dalle sudditanze allo “stato” (inteso come classe dirigente) alla chiesa, alla mafia, alla fame, all’ignoranza, ecc ecc

  5. Le parole chiare del procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho: “Personalmente – ha dichiarato all’Adnkronos – ritengo che sia un fatto grave che dimostra come la ‘ndrangheta controlli il territorio. Persino una manifestazione religiosa è piegata in ossequio di un boss. È un fatto sintomatico della sudditanza di un territorio nei confronti della criminalità”.
    Possiamo pensare che la ‘ndrangheta sia un fenomeno locale e che la responsabilità della persistenza di questo odioso fenomeno possa per intero essere accollata ai calabresi?

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