Legalità e applicazione della legge.

Mi ha colpito una recente pubblicazione del filosofo Emanuele Severino, nella quale tratta l’argomento dell’alienazione della verità e del suo estremo disfarsi, o impoverimento, attraverso lo “scambio delle parti” – così definito – tra il mezzo e lo scopo alla radice della storia dell’Occidente.

A tale rovesciamento delle parti, mi sembra non sottrarsi neppure il concetto di legalità, alla cui base, anziché l’applicazione della legge, si svela sempre più spesso la sua glorificazione a fini narcisistici.

E’ appunto nella prassi che si verifica questo scostamento, anche nei luoghi istituzionali.

Come ora sembra accorgersi qualcuno, l’illegalità praticata, nella frequente versione di non corrispondenza alla legalità proclamata,  inizia a consumarsi nel mancato e diffuso rispetto di alcuni principi, che non a caso gravitano tra il concetto di buon comportamento comunemente inteso e i precetti di legge ( buon andamento, imparzialità, trasparenza, ecc.), fino a sconfinare in atti arbitrari di arroganza e di omissione nei confronti dei cittadini.

Per rimanere nel solco dell’argomento trattato, vi è l’esempio diretto di cosa si intende per principio di legalità secondo diritto (L. 241/90), in contrapposizione al principio di legalità blandito, definito, il primo, come “legittimazione democratica dell’attività amministrativa”: due mondi spesso diversi.   E così dicendo per i principi di pubblicità e trasparenza, di cui molti amministratori conoscono il solo aspetto letterario (si fa per dire).

Si era posto da qualche parte un problema di presa un po’ più “difficile”, riguardante la partecipazione (altro cardine legislativo) e la rappresentanza, se non ricordo male, intesa da qualcuno in via esclusiva, riservata cioè ai soli rappresentanti eletti.

E’ a questo punto che va colmata una ulteriore lacuna di cultura amministrativa (e non), nell’indicare, al fine del suo superamento, il c.d. principio di sussidiarietà.

Può intanto un amministratore ignorare il detto principio?

La Costituzione, all’art. 118, 4° comma, può così essere letta da chi ne abbia voglia: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Altro che tirare la tradizionale catenella sulle sollecitazioni ricevute!

Leggo che il principio in parola ha addirittura ascendenze remote, che precedono cioè l’attuale diritto positivo, in tre ambiti fondamentali: il primo – udite, udite!- è quello della dottrina sociale della Chiesa Cattolica che fonda il principio di sussidiarietà sul primato etico della persona rispetto allo Stato, nonché sul rispetto delle articolazioni della società e quindi non solo della “crème” eletta nei consigli comunali (qui i torti fatti da tante amministrazioni comunali, non escluse alcune a forte connotazione mistica, si sanano solo col giubileo); si prosegue poi con l’ambito della tradizione liberale, sulla quale, rispetto all’argomento trattato, è bene stendere subito un velo di pietà (in tema), per finire al federalismo, ovviamente nella sua migliore accezione.

Dunque, è bene ripeterlo se il concetto non fosse stato reso sufficientemente chiaro: è indice di illegalità, nel senso di violazione dei suddetti principi di legge – che traggono ispirazione a forme di democrazia non solo rappresentativa – ignorare od omettere di riscontrare istanze ed atti che provengono in modo diretto dai singoli cittadini e/o da altri ambiti della società (associazioni, comitati e quant’altro), che siano rispondenti a un interesse pubblico.

Ecco perché una tal struttura di legalità o un convegno astrattamente intesi per ribadire solo astrattamente il rispetto della legge, entrano a pieno titolo in quella “potenza dell’errare”, con cui Severino titola il suo libro.

Palmi 21 gennaio 2014 – Francesco Barbaro

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Un interessante articolo del Corriere della sera  del 26/1 /14, a firma Antonio Polito, sulla legalità:  “Il mantra della legalità e l’eccezione salernitana”.

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8 pensieri riguardo “Legalità e applicazione della legge.

  1. Se per una persona gli anni della nostra democrazia (67) cominciano ad avere un certo “peso” altrettanto non si può dire per il raggiungimento della pienezza della vita democratica. Ho l’impressione che siamo (democraticamente) ancora nell’età puberale, sentiamo certi stimoli, pulsioni, ecc , ma non comprendiamo ancora a fondo il loro perché e le loro conseguenze.

  2. Questa breve, elegante e densa disanima degli aspetti normativi e giuridici ha la pecca, non così grave invero, di trascurare la recentissima “dottrina Ranuccio” che ha in questa nostra Città molti fedeli seguaci, vuoi pubblicamente tali come il suo estensore, vuoi malcelati dietro ipocriti paraventi.

  3. Effettivamente per un amministratore omettere di dare riscontro ad istanze che provengono da cittadini è una omissione; è un atto illegale. Non sarà certamente la ormai consolidata ed, in loco, praticata dottrina “ Ranuccio “ che ha la capacità di riabilitare chi si rende responsabile, ed in modo continuativo, di una omissione.
    Ergo: si preferisce omettere ma non dare una risposta.. scontata. Ecco che l’amministratore….. è salvo ma al cospetto di chi?

  4. Piuttosto, ammesso che il decisionismo di Renzi sia cosa apprezzabile, uno poi dovrebbe votare per il PD di Salerno (v. articolo sopra), o per quello di Palmi, dominato dalla mitica “dottrina Ranuccio”?

  5. Abbiamo chiesto, da ultimo, come si concilia l’approvazione del PUT da parte del consiglio presieduto dall’attuale sindaco con la sua manomissione, cosa si è fatto dei lastroni portati via dalla Buozzi, come si intende proteggere il patrimonio boschivo del Sant’Elia dal taglio abusivo di alberi. Se in consiglio municipale ci fosse un’opposizione userebbe le nostre domande inevase per inchiodare la maggioranza alle sue responsabilità. L’assenza dell’opposizione, viceversa, agevola la strategia del sindaco e della sua giunta di ignorare le domande scomode che vengono dalla Città della quale a pieno titolo facciamo parte.

  6. A Palmi le intese, come per incanto , sono sempre più larghe del solito, più larghe anche rispetto agli accordi di livello nazionale. Bisognerebbe interloquire contemporaneamente con la maggioranza e con la minoranza che è dunque diventata maggioranza.Direi che quindi ci stiamo molto av vicinando al concetto di ” PODESTA'”

  7. Credo che la crisi profonda della democrazia stia interessando un più generale contesto. Non c’è bisogno, secondo me, di ricorrere a concetti più altisonanti come il regime di podestà di altri tempi, potendosi cadere, in uno stato di grave incertezza come quello che stiamo attraversando, semplicemente nella sciocchezza del gesto o del comportamento. Al di là delle contingenze, democrazia o autoritarismo, il problema rimane sempre quello della proprietà del comportamento, sia esso amministrativo o personale, quello che i Romani definivano “compos sui”, tradotto, forse, con comportamento adeguato o serio, credibile. A volte, dunque, per impreparazione o inadeguatezza o ignoranza, che si incastonano nella ambascia di valori, i risultati sono quelli che si vedono, e che, magari, ed è questo il peggio, che non si avvertono.

  8. Negli anni ’70 cominciammo a parlare di democrazia partecipata perchè quella rappresentativa ci sembrava insufficiente per una vera democrazia.
    Oggi assistiamo al completo fallimento essendo stata abolita anche la democrazia rappresentativa.
    A palmi, in particolare, la rassegnazione e la depressione culturale e politica ci hanno rendono tutto possibile.,

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