L’altra faccia di Rosarno

Rosarno è uno di quei posti italiani in cui è possibile riassumere i drammi e le contraddizioni del nostro tempo. Dall’economia globale a quella criminale, dai problemi di occupazione e lavoro al clientelismo anche colluso, dall’accoglienza alle migrazioni. Si possono incontrare lavoratori marginali inseriti in un contesto mafioso moderno ma arcaico, leggi limitanti che producono lavoro servile, sfruttamento e speculazione che favoriscono sempre i soliti noti: criminali senza scrupoli, multinazionali, grossi speculatori.

La mia avventura in questa realtà è cominciata circa un anno fa. L’Africa mi affascina da sempre. Ho cercato di indagarne la cultura, l’arte, il paesaggio, di conoscerne gli abitanti. La meraviglia di questa terra si unisce però allo sgomento che provo ogni volta che penso al destino beffardo che gli africani, da sempre, patiscono. Da culla dell’umanità a schiavi dei paesi più industrializzati. Gli ultimi tragici avvenimenti di attualità non fanno altro che ricordare, ancora una volta, queste problematiche, far bruciare ancora di più gli effetti sulle nostre coscienze e farci interrogare ulteriormente sulle cause, più che sulle conseguenze, di certi eventi.

Vittime di guerre decennali, carestie, dittature e inenarrabili sofferenze, molti africani abbandonano le loro terre di origine per inseguire il sogno della libertà, dell’emancipazione, della salvezza. A volte si affidano a gente senza scrupoli, a trafficanti di uomini al costo di migliaia di euro pur di lasciare le loro coste e raggiungere l’Europa della quale, l’Italia, rappresenta di certo il primo approdo. Presto però queste persone imparano che l’Iperuranio sognato in realtà è appunto solo creazione onirica. Non esiste. Esiste invece una realtà più crudele fatta di viaggi della speranza, spesso di naufragi durante i quali molti di loro vedono solo morte e devastazione, di alloggi di fortuna, di CIE, di privazioni, di burocrazia, di espedienti per sopravvivere. Uno degli espedienti per sopravvivere, una volta salvi dal mare e dai centri di identificazione ed espulsione, è sicuramente quello di entrare nel circuito della raccolta agricola, da Rosarno a Saluzzo, da Siracusa a Nardò, da sud a nord.

Rosarno è considerabile come un eccezionale caso studio che ci permette di entrare in contatto con una realtà che tiene insieme elementi dell’agricoltura capitalistica, di quella imprenditoriale e di quella contadina, oltre a interessanti esperienze di ricontadinizzazione. La produzione delle arance a Rosarno ha una lunga storia alle spalle dove s’intrecciano i diktat della grande distribuzione con la politica dei sussidi della UE, il ruolo della politica regionale, quello del capolarato, della malavita e della speculazione sulla disperazione delle persone.

Rosarno è la cittadina calabrese conosciuta come luogo in cui da decenni trovano alloggio e lavoro molti immigrati africani impegnati nelle stagionali raccolte agricole, soprattutto di agrumi, della zona. Tradizione antica questa che prima riguardava migliaia di calabresi appartenenti alle fasce più umili della società, soprattutto donne. Ciò che rimane ora è un numero stimato di 5-7000 braccianti false che ricevono un’indennità di disoccupazione e altre forme di assistenza statale, che si somma ai contributi europei per l’agricoltura, ottenuti per produzioni inesistenti. I veri raccoglitori sono per lo più gli immigrati ed un numero davvero esiguo di calabresi.

Del 2010 i famosi Fatti di Rosarno, scontri feroci tra i migranti stagionali, sfiancati dalle condizioni disumane in cui erano costretti a vivere e la popolazione locale. I tafferugli provocarono più di 50 feriti, alcuni anche seri, lo sgombero delle tendopoli e numerosi disordini e intolleranze.

Gli immigrati che ogni anno ritornano a Rosarno sono molte centinaia, lo scorso inverno migliaia erano coloro che vivevano nella tendopoli appositamente allestita nell’area portuale della zona industriale di San Ferdinando con tende di proprietà anche del Ministero degli Interni (altrettanti sono attualmente quelli che vivono nella medesima area in questi giorni). Non avendo trovato posto in alcuna delle tende predisposte, molti immigrati realizzarono a ridosso della tendopoli “ufficiale” una bidonville con mezzi di fortuna (fango, buste di plastica, cartoni, pannelli di eternit). Alcuni africani si sparsero nelle campagne vivendo in baraccopoli o nelle capanne di cartone. A primavera la notizia dell’apertura della “nuova tendopoli” ufficiale, apertura piuttosto paradossale perché avvenuta in concomitanza della fine della stagione della raccolta quando ormai l’emergenza accoglienza era diminuita e soprattutto dietro l’occupazione della quale pare ci siano state controverse condizioni.

E’ in questo contesto che ha origine la mia esperienza fra gli africani di Rosarno, in un primo momento incentrata sulla solidarietà e sul volontariato. È in questo contesto, infatti, che si inserisce l’iniziativa coadiuvata anche dal Circolo Armino, da alcune cartolerie palmesi e da decine di cittadini che hanno contribuito alla relativa alla raccolta di libri e materiale scolastico per consentire agli immigrati di partecipare all’attività promossa dall’associazione Africalabria Rosarno sulla “Scuola di Italiano” (due volte a settimana un gruppo di maestre in forma volontaria hanno insegnato agli africani l’italiano e la nostra cultura proprio come in una scuola). Successivamente e per tutta la stagione della raccolta, assieme ad un gruppo di volontari palmesi abbiamo effettuato raccolte solidali di indumenti, coperte, materassi, cibo e beni di prima necessità destinati ai più bisognosi. Proprio questo 14 dicembre poi, la encomiabile iniziativa del Poliambulatorio di Emergency di Polistena di offrire visite gratuite ai migranti e, congiuntamente con altre associazioni locali come Libera, quella di unirsi per far fronte insieme all’emergenza (anche se forse il termine emergenza non è appropriato visto che si tratta di urgenze cicliche e aspettate).

La solidarietà da sola però non è sufficiente, non è possibile arginare il problema soltanto confidando sulla sensibilità e sulla generosità delle persone. Per questo mi sono interessata a studiare più in dettaglio il fenomeno immigrazione legato allo sfruttamento del lavoro agricolo perché l’unico modo per contrastare gli effetti di questa devastante avanzata di schiavitù moderna è quella di indagare le cause alla sua origine per contrastarla.

Dalla prefazione di Tonino Perna al libro di Fabio Mostaccio “La guerra delle arance” del 2013:  Negli ultimi dieci anni le arance della piana di Gioia Tauro sono state pagate tra 8 e 12 centesimi di euro al kg. In termini di prezzi relativi meno che negli anni ’60 del secolo scorso. Pochi produttori sono riusciti a trovare canali di vendita diretti per prodotti di qualità biologica certificata e ricavarne 25-30 centesimi al kg con cui coprire i costi. Ma la stragrande maggioranza di piccoli e medi produttori sono costretti a vendere alla grande distribuzione per 8 centesimi al kg, che non coprono assolutamente i costi della manutenzione dei terreni, della potatura, dei concimi e della raccolta. Ed è proprio sulla raccolta delle arance che si tende a risparmiare al massimo, spremendo la manodopera africana fino a livelli insostenibili: 20 euro al giorno per una giornata di lavoro che dura dall’alba al tramonto. Niente contratti, assicurazione infortuni, diritti minimi per questi lavoratori, l’anello più debole di un girone infernale di sfruttamento dove la grande distribuzione e le multinazionali delle bevande analcoliche ricavano extra-profitti. I consumatori delle grandi città del Nord Italia che comprano le arance le pagano mediamente da 1,20-1,50 euro al kg (bassa qualità) fino a 2,50 euro al kg per le arance biologiche certificate. Ma di questa storia di sfruttamento, questa catena ignobile per una società civile che tiene uniti ai ceppi i piccoli produttori e gli immigrati, nessuno se ne occupa seriamente, finché questi dati non diventano di dominio pubblico. Grazie a un noto mensile ambientalista «The Ecologist» e un prestigioso quotidiano britannico «The Indipendent» questa storia diviene di dominio pubblico, perché trova un soggetto responsabile e arcifamoso che sta in cima alla catena: la Coca Cola. I due giornali denunciano, nel febbraio del 2011, il fatto che la Coca Cola paghi alle ditte di trasformazione della piana di Rosarno il succo d’arancia a 6 centesimi al kg. La denuncia sfonda sui mass media e la multinazionale statunitense cerca di difendersi sostenendo che questo è il prezzo del mercato mondiale dei succhi.” Vista in questi termini la vicenda assume un profilo certamente diverso e si inquadra in un contesto di sfruttamento nello sfruttamento, di rapporti tra Nord e Sud del mondo dove il nostro Sud è Nord dell’Africa ma è Sud dell’Occidente. Una vicenda che necessita quindi per essere letta nella sua complessità, l’occhio di chi, come Mostaccio, sa unire l’analisi economica all’analisi sociologica e non si limita semplicemente alla cronaca spicciola.

Non è minimamente ammissibile che nel 2013 possano esistere realtà di emarginazione e sfruttamento come a Rosarno, in cui possibilmente solo la malavita o i furbi ne hanno giovamento. Non auspichiamo l’accoglienza e integrazione indiscriminata e senza regole, anzi. È giusto che gli immigrati abbiano un regolare permesso di soggiorno, un alloggio dignitoso in cui poter svolgere le normali operazioni casalinghe e quotidiane, che abbiano regolari contratti di lavoro con oneri e doveri, regolare paga e regolari orari di lavoro. Molte associazioni da anni si occupano di questo e per certi versi sono riuscite ad applicare alcuni di questi precetti. Per queste associazioni gli immigrati sono vittime dello Stato silente, delle leggi che ne determinano la condizione legale di precarietà e dell’indifferenza verso le condizioni di vita di chi in questa precarietà è costretto a muoversi e, quindi, a vendersi. Tra l’altro questo stato di indifferenza non è affatto virtuoso, neppure dal punto di vista finanziario: lo Stato ha e ha avuto spese ingenti, per le tende, per l’alloggiamento del terreno su cui insistono e per arginare in qualche modo le emergenze. Se è vero che per l’allestimento della tendopoli si son spesi 500.000 € e che 300.000 ce ne vorranno per lo smantellamento, è facile considerare come la stessa somma avrebbe provveduto un posto comodo, in appartamento per 4, a 2.000 braccianti per due stagioni, lasciando questi soldi in un territorio che di solito vede flussi di denaro significativi solo in quanto legati all’economia mafiosa. La situazione di Rosarno è solo un capro espiatorio locale per un problema irrisolto di carattere nazionale.

La verità è un’altra. Se oggi c’è un’emergenza è perché questa è stata creata. Se oggi la Piana è abbandonata, quest’abbandono è pianificato. Se i braccianti africani vengono ignorati, è perché li si vuole invisibili. Se loro vengono qui, è perché ora non c’è altro posto dove andare e qui, anche quest’anno, le loro braccia continuano a servire. Se l’agricoltura è in ginocchio è perché c’è un sistema che di questa crisi si giova, contando che le clementine si vendano a 20 centesimi e che i disperati continuino a restar tali per essere disposti a raccoglierle a 20-25 euro al giorno.

Ventisei anni fa un piccolo uomo dalla pelle nera sfidò i potenti del mondo. Disse che la politica aveva senso solo se lavorava per la felicità dei popoli. Affermò, con il proprio esempio personale, che la politica era servizio, non potere o arricchimento personale. Sostenne le ragioni degli ultimi, dei diversi e delle donne. Denunciò lo strapotere criminale della grande finanza. Irrise le regole di un mondo fondato su di una competitività che punisce sempre gli umili e chi lavora e che arricchisce sempre i burattinai di questa stupida arena. Urlò che il mondo era per le donne e per gli uomini, tutte le donne e tutti gli uomini e che non era giusto che tanti, troppi potessero solo guardare la vita di pochi e tentar di sopravvivere. Quell’uomo si chiamava Thomas Sankara e fu presidente del Burkina Faso che per queste sue idee rivoluzionarie purtroppo poi ucciso.

Palmi 18/12/2013 – Antonella Riotto

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Le foto sono tratte da un vecchio post del nostro sito e raccontano di una festa nel periodo natalizio: Neri di Calabria. Altri articoli: Africani di Rosarno, Su la testa, Su la testa, foto

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3 pensieri riguardo “L’altra faccia di Rosarno

  1. E’ sotto gli occhi di tutti che, ormai da molti anni, a Rosarno, e paesi e campagne limitrofe, in inverno, si presenta un’emergenza “umanitaria” estremamente seria. Più di duemila africani vengono a “svernare”in attesa della primavera, per sciamare poi in tutt’Italia a cercare lavoro nelle varie campagne di raccolta. E’ fuori di dubbio che in tutta Italia questa manovalanza venga sfruttata e che generi fenomeni di caporalato (anche interno alla stessa manovalanza) e di altre attività illecite (evasione contributiva, compensi sotto il minimo sindacale, ecc). La matrice principale di questi fenomeni, sorvolando sull’egoismo e la prepotenza estremamente avvantaggiate dalla “fame” della parte soccombente, è che del prezzo di mercato di un prodotto agricolo una minima parte va al “produttore” essendo tutto il resto fagocitato dalla filiera (che opera quasi sempre in regime di monopolio). Per evitare di fare un intervento più lungo dell’articolo di Antonella, abbandono qui questa problematica. Voglio solo dire che l’emergenza di Rosarno va vista essenzialmente sotto l’ottica umanitaria e come tale trattata. Volerci vedere dentro anche un riscatto agricolo da attuare in sinergia tra la manodopera africana e la proprietà contadina (più o meno grande) al momento ha, secondo me, prodotto solo soluzioni palliativo che, se possibile, non fanno che peggiorare la situazione, già a livelli di antieconomicità acclarata.

  2. Rosarno è davvero un potente emblema della peggiore globalizzazione e delle contraddizioni interne al modello sociale ed economico che domina incontrastato da qualche decennio l’intero pianeta. Proprio qui, nella regione più arretrata d’Italia e dell’occidente europeo, la lotta per la sopravvivenza di qualche migliaio di uomini, cui è negato ogni diritto, è la migliore rappresentazione del fallimento delle politiche, intraprese e ancora ostinatamente perseguite, di libera e incontrollata circolazione dei capitali e delle merci ma di costretto e controllato movimento delle persone.

  3. Credo che per i troppi ”Rosarno” esistenti sulla terra dovremmo vergognarci: non è possibile accettare che vi sia ancora un popolo schiavo perché di questo si tratta; siamo un sud poverissimo e sfruttiamo un popolo ancora più povero .
    La Calabria come l’Africa, due aree completamente differenti, ma purtroppo simili per certi versi.

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