LA CASA DELLA CULTURA: SARCOFAGO O FUCINA?

casaculturaQuando si è troppo in là con gli anni, e ci si convince di non poter più produrre alcunché di utile per la società, allora prende il sopravvento la tendenza a rinchiudersi in se stessi e a consolarsi coi ricordi del passato. Si riscopre l’album di famiglia, ma soltanto come strumento per cullarsi sugli allori. Viceversa, quando ci si sente giovani la più assennata delle propensioni è quella di attingere alle tradizioni più gloriose dei propri avi per creare nuovo sapere, nuove idee e nuove opere d’ingegno. Diversi lustri fa ebbi a scrivere, in veste di collaboratore esterno di una radio privata locale, un contributo per il notiziario, che titolavo come il presente articolo. Oggi, mio malgrado, temo che la questione che allora ponevo non sia stata né affrontata col dovuto coraggio né tantomeno risolta. In buona sostanza, sin dagli anni ottanta paventavo il rischio che Palmi si lasciasse sfuggire l’occasione di fare della Casa della cultura una vera e propria fabbrica di nuova arte e conoscenza, per limitarsi a farne un semplice deposito (e forse neanche troppo protetto) di cimeli i quali, così facendo, a lungo andare avrebbero potuto assumere il triste tipico aspetto di quelli funebri custoditi nei sarcofagi. Dal 1984, anno in cui fu solennemente inaugurata la Casa della cultura, non credo si sia fatto molto per dare ad essa un respiro nazionale o quantomeno regionale. Non si è istituito alcun organo, ente, fondazione o qualsivoglia struttura pubblica, che apparisse la più idonea a gestire in grande quella che allora era una delle due C.d.c. pubbliche in Italia (l’altra era a Milano), né si è riusciti ad affidare la direzione del più prestigioso museo di etnografia e folclore del meridione, riconosciuto dall’UNESCO, a personalità indiscusse come, ad esempio, il Prof. Luigi Lombardi Satriani. Meno male che qualche encomiabile associazione privata, come gli Amici della C.d.c. Repaci, ha cercato di scongiurare l’assoluto oblio, e che dei volenterosi e competenti funzionari comunali hanno cercato di sopperire alla mancanza di interesse e di fondi pubblici. Le cose di cui nessuno si prende cura sono destinate a diventare in tutti i sensi “res nullius”.

Palmi 28/12/2013 – Giovanni Panuccio

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