L’olio ed il suo “giusto” prezzo

“Ottimisticamente”  parlando, con l’esclusione di pochissime eccezioni, la situazione dell’agricoltura locale può definirsi ”penosa”.  Questo è estremamente grave,  anche perché possiamo associare nello stesso giudizio  l’edilizia, il commercio ed il turismo.  “Viviamo” solo di un po’ di terziario, di pensioni e di qualche sussidio.

E’ evidente che dobbiamo in qualche modo cambiare rotta se non vogliamo che i nostri paesi diventino popolati solo da vecchi, che per sopravvivere saranno costretti a  tornare al “baratto”.

L’assurdo di questa situazione è che non viviamo nel deserto. La nostra è una buona terra per coltivarci “tutto”. La nostra “natura” non ha nulla da invidiare a nessuno. Una fiorente agricoltura ed un’altrettanto fiorente turismo  trascinerebbero senza problemi  gli altri comparti: commercio, edilizia e terziario.

Il nostro non è un male oscuro, la diagnosi è certa! Soffriamo di diverse malattie “note” e facciamo molto poco per curarci. La pessima gestione della cosa pubblica e la ndrangheta sono le peggiori! Assieme, queste due malattie, ne hanno provocate molte altre: l’insicurezza, l’apatia, una “morale” molto elastica (che ci permette in qualche modo  di sopravvivere), l’impossibilità di progettare il futuro, la paura, l’egoismo,il sentirci sudditi e mai cittadini, ….

Forse è consequenziale che questo stato di cose “costringa” ognuno di noi ad interessarsi solo del proprio “orticello”, sperando così  di risolvere almeno i problemi “personali”. Escludendo la molto aleatoria vincita al superenalotto, la verità è che solo “assieme”  possiamo cambiare il nostro destino.

Torno a parlare di agricoltura. Nella mia vita lavorativa mi sono interessato esclusivamente della produzione di olio, derivante dai miei uliveti, e quindi credo di poterne parlarne con cognizione di causa.

La situazione, come già dicevo, è “penosa”. Presto la piana di Gioia Tauro perderà una grande ricchezza rappresentata da una “foresta” di ulivi unica al mondo. Tralascio i discorsi di “polmone verde”, “bellezza unica”( certo non meno importanti) ed analizzo solo la loro capacità di produrre un ottimo olio extravergine.

Sino a qualche tempo fa ( inizi anni duemila) il prezzo all’ ammasso ( vendita certa del prodotto) garantiva un certo guadagno per cui tutti gli uliveti erano coltivati e le olive raccolte e “trasformate” in olio. La peggiore delle “malattia” delle olive, la lebbra ( lupa),  poteva essere tenuta sotto controllo, ed ai primi di novembre iniziava la raccolta delle olive a terra, con le reti, che si prolungava sino a marzo- aprile.

Spesso, soprattutto dopo forti piogge o giornate ventose, si produceva un ottimo olio (extravergine). Quasi tutte le famiglie avevano la loro “giarra” per l’olio che almeno biennalmente riempivano per il consumo famigliare. Comunque tutto il prodotto invenduto ai “privati” poteva essere portato all’ammasso con un certo guadagno. Non era una coltura molto “ricca” comunque ci si viveva,  anche tenendo conto dell’integrazione europea  sull’olio prodotto.

La situazione oggi è totalmente cambiata. La lebbra è al di fuori di ogni controllo e si può solo prevenire “abbacchiando” le olive acerbe ad ottobre. Il prezzo d’ammasso non è remunerativo neanche per la raccolta e la trasformazione in olio. Certamente per la crisi generale, l’olio  si compra a litro( a basso prezzo) al supermercato, quando serve.

Per la maggior parte gli uliveti della Piana di Gioia Tauro sono oggi in posizione di “attesa”. L’integrazione europea viene ancora erogata  ai proprietari di uliveto, per il “possesso” (degli stessi ulivi) e non per la produzione di olio, come era sino ai primi anni del 2000. Il suo ammontare annuo è di circa 1000/1500 euro/ettaro. La maggior parte dei proprietari si limita, con questa cifra, ad una  coltivazione di “sussistenza” , non mirata alla produttività. Diciamo che non si fa molto di più di una fresatura annua “anti incendio”. Poi si lascia fare alla “natura” e se questa “dà olive”, ci si limita a raccogliere e molire poco più del fabbisogno famigliare.

In questa situazione, chi può e sa farlo, cerca di “salvarsi”, da solo, costruendosi delle “nicchie” di mercato in cui vendere il proprio prodotto. Certo prendendosene tutti i rischi ma anche tutti gli eventuali vantaggi.

Il regime di libero mercato in cui siamo impone che sia  il consumatore finale a decidere liberamente cosa comprare , viste le varie offerte che gli vengono proposte. Per quanto riguarda l’olio ( ed anche tanti altri prodotti) esiste una offerta “capillare” a basso prezzo disponibile a tutti nei consueti  circuiti di vendita (negozi alimentari e supermercati). Da produttore di olio giudico impossibile che un litro di olio extravergine di oliva, di qualità, imbottigliato, etichettato, con una “filiera” molto lunga, possa essere venduto a quel prezzo (intorno ai tre euro). Facile avere dubbi o sulla qualità del prodotto o sul mancato rispetto, lungo la filiera, della giusta retribuzione a produttori e mano d’opera, degli oneri fiscali, ecc

Esiste poi un mercato, molto minore, che vende olio ad un prezzo  triplo rispetto a quello della grande distribuzione ( 8-9 euro litro) giustificandone il prezzo con la sicura qualità del prodotto ed il rispetto del diritto di un giusto guadagno dei partecipanti alla filiera ( in questi casi sempre molto corta), della mano d’opera e degli oneri fiscali. ( Credo che in questi casi giochi molto la paura di non riuscire a vendere la totalità del prodotto e che quindi il prezzo finale copra anche questa eventualità)

Manca di fatto una terza proposta, che , secondo me, potrebbe benissimo essere soddisfatta dagli olivicoltori della piana di Gioia Tauro,  che abbia un prezzo , posto tra le due offerte suddette (intorno ai 5-6 euro/chilo),  che garantisca sia la qualità del prodotto sia i diritti di tutti i partecipanti alla filiera.

Come dicevo in un libero mercato come il nostro, regolato solo dalla domanda e dall’offerta,  è praticamente impossibile dare un prezzo “equo” ad una merce. La decisione sul prezzo finale dipende dal venditore che calcola a suo modo moltissime variabili oggettive e soggettive, stabilendo poi quello che per lui , al momento, è un prezzo “equo”.

Quello che da produttore di olio posso fare è dare alcuni dati oggettivi  che  indichino un prezzo “limite”al di sotto del quale c’è sicura remissione di denaro. Su questo dato chi mi legge potrà poi farsi una idea sulle offerte che il mercato offre.

Tralascio di fare dei conti precisi, che tedierebbero soltanto chi mi legge, e indico  solo a grandi linee  gli aspetti del problema, dando sempre delle cifre in eccesso.

L’Impegno di capitale annuo, ad ettaro, per ottenere una produzione media   di almeno 120 quintali  di olive, pari a circa 15 quintali di olio è:

  • 600 euro per due fresature o zappature con il trattore per pulizia dalle erbe infestanti e coltivazione
  • 1000 euro per tre trattamenti contro la mosca e le varie “malattie” delle olive
  • 300 euro per la concimazione (biennale)
  • 300 euro per la potatura  (quinquennale)

(Per inciso: vista la situazione odierna del mercato, ( vendita sicura solo verso  l’ammasso, a prezzi che non coprono le spese),  la spesa attuale, mirata non alla produzione ma solo alla conservazione del bene, per la maggioranza degli uliveti della piana, si aggira sui 300 euro/ettaro per una fresatura (antincendio)contro le erbe  infestanti )

Certamente con circa 2500, annui per ettaro, pago tutte queste spese + le tasse. Un abbattimento  di almeno il 20-30% dei prezzi  elencati si otterrebbe con la formazione di cooperative di produttori

Una volta esisteva la “gabbella” cioè la vendita dei frutti pendenti. Il  gabbelloto provvedeva alla raccolta delle olive e poi le vendeva al frantoi ano o le trasformava in olio. Questa attività oggi praticamente non esiste più ed il proprietario del fondo deve provvedere alla raccolta delle olive ed alla loro trasformazione in olio per recuperare un certo capitale.

Con gli scuotitori, indispensabili per “abbacchiare” le olive nel mese di ottobre,in modo da  prevenire la lebbra che provocherebbe, nei mesi successivi, una acidità molto alta nell’olio, posso  fare cadere il 60-70% delle olive. Quindi posso sperare, ad ettaro,  nella produzione di una decina di quintali di extravergine  e di circa 5 di olio lampante ( se decido che valga la pena farlo)

Spese per la raccolta delle olive e la trasformazione in olio ( un quintale).

  • Circa 120 euro per manodopera. Due operai , in una giornata lavorativa,raccolgono “tranquillamente” dalle reti e puliscono  7,8 quintali di olive  che producono circa un quintale di olio. Quindi  120 euro per pagare bene gli operai ( 45 euro)e per non evadere le tasse
  •  circa 30 euro allo scuotitore ( per avere   “abbacchiato” 7,8 quintali di olive = 1 quintale di olio)
  • circa 20 euro per il trasporto e per il consumo di energia per la pulitura
  • circa 50 euro  per la molitura

Alla fine la trasformazione olive /olio sarà costata circa 220 euro a quintale di olio. Per una produzione, facilmente ipotizzabile di circa 10 quintali ettaro siamo ad una spesa di 2200 euro per raccolta e trasformazione.

(Per inciso, tenendo conto che il prezzo di ammasso medio ( vendita sicura dell’olio)è inferiore, ed anche di molto, ai 220 euro suddetti , che sono solo una parte degli oneri sostenuti dal coltivatore per produrre olio, come abbiamo visto, risulta chiara l’antieconomicità di questo tipo di coltivazione se rivolta esclusivamente a produrre olio lampante. Tralascio quindi di parlare della produzione dei 5 quintali di lampante, interessando essa solo  il produttore- contadino che  lavorando in proprio, e quindi non spendendo i 120 euro di manodopera esterna oltre al risparmio dei 30 euro di scuotitore (inutile in questo caso), può decidere di produrlo .

Rispettando l’ipotesi già fatta dei circa 10 quintali di olio extravergine  ad  ettaro la  spesa annuale sarà 2500 euro, per la produzione, + 2200 euro, per la trasformazione.

I  dieci quintali di extravergine quindi  sono “costati”,  calcolando le spese  sostenute per la produzione e la trasformazione, circa 4500 euro, da cui vanno detratti i circa 1000 euro di integrazione.

Quindi un “pareggio” dei conti si potrebbe avere  con la vendita di tutto il prodotto a circa 350 euro al quintale.

Sin qui i dati oggettivi ( di soldi che sono usciti dalle tasche dei produttori) adesso comincia la soggettività  dei vari produttori  nel calcolare il prezzo finale di vendita.

Un produttore- contadino, tenendo conto che nel prezzo sono già considerate le sue giornate lavorative, potrebbe decidere di venderlo anche con un rincaro minimo. Diverso è certo il rincaro necessario ad un imprenditore con più ettari di uliveto che ha necessità di manodopera  esterna.

Certamente c’è da calcolare un certo interesse sulla somma immobilizzata dal possesso dell’uliveto, che ha un valore  valutabile in  30-40 mila euro ad ettaro. Ad esempio,una cifra simile investita in “bot “ potrebbe rendere, al 4%, circa 1500 ero.

Altrettanto certamente  il produttore si aspetta  sia il rientro del capitale, annualmente speso, ma anche, su di esso, un discreto interesse che copra eventuali rischi, l’ impegno, ecc. Altra ulteriore spesa che  si dovrebbe calcolare è la commercializzazione del prodotto. Questo ed i precedenti sono parametri molto soggettivi  che definiscono  il prezzo finale.

Posso solo aggiungere che, secondo me e molti miei amici produttori, la vendita totale dell’extravergine prodotto ( venduto al di fuori dei circuiti di “ammasso”) ad un prezzo al quintale intorno ai 500 euro farebbe “rinascere” gli ulivi della piana. Certo questo prezzo non fa degli ulivi un’agricoltura “ricca”, ma visto l’impegno minimo di lavoro ( circa trenta giornate lavorative/ettaro per anno) e di capitale che essi comportano,  sarebbe un aiuto “discreto” all’economia locale.

Palmi 1 dicembre 2012 – Gustavo Forca

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8 pensieri riguardo “L’olio ed il suo “giusto” prezzo

  1. L’agricoltura (di qualità) è una delle chance più promettenti di sviluppo dell’economia calabrese e, più in generale, meridionale. Lo era già prima dell’unità nazionale e anche dopo, per qualche anno, è sembrata essere l’occasione vera del risorgimento economico meridionale. Si sa come andarono a finire le cose, prima con il protezionismo doganale che distrusse la capacità di export delle produzioni agricole meridionali, poi, soprattutto nel secondo dopoguerra, con la fallimentare politica di industrializzazione stolidamente perseguita dai governi nazionali.
    Ora, che una nuova consapevolezza sembra infine farsi strada e si fa un gran parlare di green economics, potrebbe davvero essere l’occasione giusta per uscire dal sottosviluppo e dal degrado nel quale la politica coloniale e il produttivismo industriale ci hanno relegato.

  2. Condivido la tua analisi che evidenzia le colpe passate di governi “miopi” verso il vero sviluppo, possibile, del meridione. Comunque a quelle colpe dobbiamo aggiunge le “nostre”. Praticamente nulla abbiamo fatto quando ( ai tempi delle vacche grasse) un mare di soldi, destinato allo sviluppo agricolo, è stato gestito da una burocrazia corrotta e/o inefficiente per arricchire qualcuno o “restituirli al mittente”. Nulla o molto poco abbiamo fatto quando, finiti i “mercati” di “scarsa qualità”, che permettevano comunque una certa ”sopravvivenza” alla nostra agricoltura (parlo del vino da taglio e dell’ammasso dell’olio lampante, lavorato dalle raffinerie, del nord, per produrre “olio d’oliva”), dovevamo indirizzarci sulla produzione di qualità che potesse avere un immediato, e diretto, sbocco verso i mercati.

    1. Per completezza e per rendere chiara l’entità della problematica ulivi do alcuni dati sulla “estensione” del problema. Nella piana di Gioia Tauro ci sono circa 2.400.000 ulivi che occupano (a 70-80 ulivi ad ettaro) circa 30.000 ettari di territorio ( circa il 70%). Banale fare alcuni calcoli: se servono circa 20 giornate lavorative ad ettaro ( per la raccolta delle olive), per una attività che si svolge, oggi, nell’arco massimo di due mesi, ci sarà bisogno di più di ( 30.000×20/60) 10.000 unità lavorative ( braccianti), “totalmente” impegnate per due mesi. Certamente se questo succedesse ci sarebbe bisogno di molta manodopera bracciantile non reclutabile nei nostri paesi ( e quindi gli extracomunitari non sarebbero un ”problema” ed una emergenza umanitaria, ma una “necessità” ed una fonte di ricchezza).
      Se un ettaro, facilmente, può produrre almeno dieci quintali di extravergine, si potrebbe ”muovere”, per questa “produzione”, un capitale ipotizzabile intorno a: 4.500 x 30.000 =135.000.000 ( 135 milioni di euro, circa duecentosessanta miliardi delle vecchie lirette) E poi dovremmo parlare della commercializzazione … di almeno 300.000 quintali di olio extravergine (tralasciando il lampante)

  3. il problema è che nella piana l’olio di qualità non è mai esistito. Anzi, pochi hanno idea di cosa è il vero olio extra vergine d’oliva che sicuramente non si estrae dalle olive raccolte a terra o da alneri di ulivo alti quanto un palazzo a tre piani. Il problema è che nella piana siamo “runzuni” e per di più ignoranti; anche in Veneto ed in Trentino hanno imparato a fare l’olio e riescono a venderlo pure ad 8-10 ero per litro il motivo? disciplinare di coltivazione e raccolta; prodotto di qualità e riconoscimento IGP. Pochi ettari con tanta resa e soprattutto tanto margine. Nella Piana solo lampante da mettere nel motore dei trattori.

    1. E’ l’ennesima disgrazia per l’olivicoltura italiana e ancor più per quella del nostro territorio, proprio adesso che il prezzo dell’olio all’ammasso poteva dare qualche speranza, essendosi ormai da molti mesi assestato sui 230 /270 euro quintale (in base cinque). http://www.olioofficina.it/saperi/mercati/quotazioni-mercato-oli-da-olive-del-26-01-2016.htm
      Questo prezzo copre a mala pena le spese (ma certo è un’altra cosa rispetto ai prezzi di un paio di anni fa intorno ai 150 euro). Stiamo parlando dell’attuale coltura di “sopravvivenza” che comporta tutto ridotto al minimo. Come già dicevo nell’articolo produrre extravergine in quantità ed in modo continuativo comporta spese maggiori. Comunque non essere in perdita eccessiva può essere una base su cui programmare strategie ed investimenti che ti portino a produrre extravergine da commercializzare a prezzi maggiori. Certo questo comporta discorsi già analizzati nell’articolo: necessità di cooperativizzarsi, creazioni di mercati, valorizzazione del prodotto locale, meccanizzazione, rinnovo degli impianti,ecc ecc

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