CIRCOLO "A. ARMINO"

Un'altra Palmi è possibile

Pillole di Bene Comune

Dare una definizione di bene comune è superfluo. Ognuno di noi ne conosce il significato e con immediatezza sa portarne un esempio. L’acqua, dono della natura a tutti, è un bene comune. Il paesaggio, ben curato, è un bene comune (me se è trascurato o addirittura maltrattato è inteso cosa di nessuno).

Bene comune, dunque, è cosa di tutti, non cosa di nessuno. Ma non sempre se ne avverte l’appartenenza.

Ogni cosa, ancora più nel contesto cittadino, sia essa materiale o immateriale: una piazza, un monumento, un’aiuola pubblica, l’arte e il ricordo di un cittadino illustre è bene comune, è cosa di tutti che richiede rispetto, cura, memoria, continua attenzione da parte di ciascuno di noi e di chi ci amministra per nostra delega.

Occuparcene, allora, nel loro complesso o nello specifico di ogni singola cosa, piccola o grande che sia, è nostro dovere, è nell’interesse di tutti che si contrappone all’essere cosa di nessuno, trascurabile, non degna di considerazione.

Le piccole cose di cui, quindi, bisogna avere sempre cura sono pillole di bene comune e tanti sono i casi sotto gli occhi di tutti i cittadini che possono essere portati quali esempi:

Bene comune è la pianta di alloro dell’aiuola sinistra antistante il Palazzo di Città. Essa soffre e dà una pessima immagine di verde pubblico, perché dai suoi rami e foglie sempreverdi pendono aridi e antiestetici arbusti secchi per l’incuria di anni e per la frettolosa e superficiale pulizia in occasione dell’inaugurazione, a fine aprile scorso, del monumento al lavoro.

Bene comune è onorare la memoria di illustri cittadini palmesi, ricordandosi anche delle ricorrenze della loro esistenza tra i mortali terreni.

La data del 29 aprile è trascorsa nell’indifferenza, mentre quel giorno ricorreva il 50° anniversario della morte del maestro scultore Michele Guerrisi, che tanto lustro dà alla nostra città con le sue ben conosciute opere scultoree e che lo annoveriamo tra i nostri illustri concittadini onorari.

Così è trascorsa nel silenzio la data del 23 luglio che ci ricorda la nascita nell’anno 1866 dell’illustre cittadino Francesco Cilea. Le sue spoglie mortali, che riposano nel mausoleo di Piazza Pentimalli a lui dedicato, non mi risulta siano state onorate dalle autorità pubbliche, cui è demandato anche questo compito in rappresentanza dell’intera collettività, con la deposizione di ….“poveri fiori”.

Migliore fortuna non credo abbia avuto l’altro illustre concittadino Nicola Manfroci nel recente bicentenario – 7 luglio 2013 – della sua scomparsa.

Bene comune è la monumentale fontana di Piazza Amendola, orgoglio di tutti i palmesi, ma vilipesa la sera del giorno festoso della Varia con uno striscione pubblicitario che ne deturpava la visione luminosa e illuminata scendendo dal Corso Aldo Barbaro.

Bene comune è ancora la vista fino all’orizzonte marino di tutto il Corso Garibaldi che si gode dalla Via Buozzi, ma oscurata il giorno della Varia, fino a mercoledì mattina 29 agosto, da un lenzuolone di copertura del cantiere di allestimento della  macchina della Varia affastellato di immagini e scritte pubblicitarie. Non è stato ammainato, come il gemello antistante la varia, al momento della “scasata”, privando così i numerosi e festosi spettatori pigiati in Piazza Pentimalli e in un tratto di via Buozzi, della spettacolare corsa della Varia lungo il Corso Garibaldi. E’ prevalso anche qui l’interesse commerciale, che ha portato nelle casse del Comune qualche moneta sonante, ma ha privato tanti cittadini del diritto alla fruizione dei beni comuni di partecipazione alla festa, di godimento di uno spettacolo unico, di impareggiabili immagini paesaggistiche. Come per altri casi – la negazione dell’acqua delle fontanelle rionali, la privazione dei tratti del suolo pubblico di passeggio – queste scelte impopolari e decisionisti che, appartengono più alle cose di nessuno  per cui se ne dispone a danno di beni comuni di cui i cittadini hanno diritto di usufruirne.

Bene comune è onorare la volontà di illustri cittadini, quale quella di Leonida Repaci, di poter riposare per l’eternità con la sua compagna Albertina ai piedi dell’aspra e tanto amata “Rupe” della Pietrosa, che pare sia in fase di realizzazione. Cosa che dovrebbe essere anche per il desiderio espresso dal nostro concittadino Luigi Parpagliolo nel lontano 15 ottobre 1922 in occasione dell’inaugurazione dell’acquedotto del Vina ed anche della meravigliosa Fontana delle Palme. Esso, riportato nel foglio unico “15 ottobre 1922”, curato dal palmese Fortunato Topa, così recita: “Vorrei che questo versetto del Cantico del Sole di San Francesco d’Assisi – Laudato sii mio Signore per suora acqua, la quale è molto utile et umile et pretiosa, et casta – fosse inciso sulle  fontane di Palmi”. Ma, non solo non ci siamo mai ricordati di questo suo desiderio – eppure vi sono state accurate celebrazioni  in suo onore nel settembre 2012, ed è a lui dedicato un gaio parco giochi per bambini, ove scorre limpida e confortevole l’acqua di una fontanella –  addirittura assistiamo e subiamo da quasi un anno al vergognoso spegnimento del flusso del prezioso liquido delle tante e memorabili fontanelle dei rioni palmesi. Parpagliolo, inoltre, così proseguiva nella sua nota scritta del 1922 “Da oggi comincia una nuova vita per il nostro paese, vita di più  elevata civiltà”. Dopo novanta anni possiamo dire che la speranza di più elevata civiltà, anch’essa intesa quale bene comune della collettività paesana, sia stata realizzata? Purtroppo, mortificati e delusi, osserviamo le asciutte granitiche conche di tre delle quattro cannelle della storica Fontana dei Canali, amorevolmente e generosamente impreziosita e portata nell’estate di qualche anno addietro ad un più  elevato splendore, grazie all’impegno generoso dell’Associazione Prometeus. L’aridità, l’asciutto delle tre cannelle spente  mostrano anche la mancanza di fantasia dei decisori comunali. Questi hanno disattivato entrambe le cannelle dell’Olmo. I nostri progenitori   con il gioco di “patruni e sutta” godevano, con un pizzico di crudeltà, nel non far bere nemmeno un goccio di vino al malcapitato di turno compagno di gioco, lasciandolo quindi all’urmu. Ma alla fine del gioco mostravano tanta generosità consentendogli di consolarsi con l’acqua fresca e limpida della più vicina fontana dell’Olmo, ove lo lasciavano. Da qui verosimilmente il famoso detto “u dassaru all’urmu” (ma vale la doppia interpretazione: all’asciutto e all’Olmo). A noi malcapitati cittadini palmesi non è lasciata questa consolazione, benché l’acqua della “Vitica” sia altrettanto buona ed apprezzabile.

Bene comune dovrà essere il Teatro Sciarrone. Sorto negli anni 50, era una delle poche strutture culturali di Palmi ed aveva l’ambizione di rappresentare il cuore pulsante della vita culturale e sociale della città. Si leggeva in alto a sinistra del telone cinematografico del proscenio: “Sibi, civibus, urbi”. Ambiziosa dedica del costruttore Sciarrone dell’invidiabile opera che intendeva così qualificarla bene comune. Oggi, grazie alle risorse pubbliche che ne hanno consentito l’acquisto, può essere una cosa di tutti, fruibile in modo qualificato dalla collettività. Ma a che punto siamo della sua realizzazione? Quale destino sarà riservato al suo uso? Perché trascorre il tempo nell’immobilità delle risorse e delle idee? Credo che la collettività abbia diritto di esprimere i propri bisogni culturali e quindi il proprio parere in questa circostanza, come in tante altre di interesse comune. Sapere, cioè, che la volontà espressa di partecipare attivamente a decisioni vitali per la città trovi ascolto e accoglienza nelle sedi opportune.

Queste pillole di bene comune locale rispondono ad una delle finalità che il Circolo Armino si prefigge: “difendere i beni comuni materiali ed immateriali”. Sono anche un invito ad individuarne tanti altri per richiederne la giusta fruizione, proporne l’arricchimento e a non stancarsi di lottare per essi.

Palmi 9 /10/ 2013 – Carmine Nastri

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