CIRCOLO "A. ARMINO"

Un'altra Palmi è possibile

Libero mercato e globalizzazione.

Premessa: questo è un tentativo di avviare una proficua discussione ( sia tra noi del circolo sia con tutti i lettori del nostro sito) su quello che reputo sia uno dei passaggi cruciali che l’intera umanità si trova ad  affrontare  all’alba del terzo millennio. Il mondo di domani, compreso quello dei nostri figli e nipoti, sarà conseguenza diretta delle “nostre” scelte o del nostro disinteresse. Anche se credo sia deducibile dal contesto del discorso, evito al momento di dare la mia opinione in merito, credendo opportuno avviare prima la discussione.

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Libero mercato e globalizzazione.

Ho l’impressione che,  soprattutto noi di sinistra, siamo propensi ad accettare qualunque cosa ci venga proposta se accompagnata dalla parola “libero”.  Sarà forse una deformazione “professionale”,  o anche,  per quanto attiene l’accettazione di idee di libero mercato,  la reazione al fallimento conclamato del “troppo stato” in quelle che vengono definite come le “nostre” realizzazioni di uno “stato di sinistra” !?

La “definizione” di libero mercato globale sembra attraente e condivisibile, almeno ad una prima “analisi”.

Sinteticamente si tratta di un libero scambio di merci a livello planetario non più soggetto a dazi e/o leggi  che hanno lo scopo di proteggere l’autarchia  e /o la “pianificazione”dei singoli stati. I prezzi  dei beni e dei servizi scaturiscono “solo” dalla libera interazione tra venditore e compratore. Sovrana è solo la legge della domanda e dell’offerta che  dovrebbe “automaticamente” portare ad un decremento dei prezzi e ad una maggiore qualità del bene  ( o del servizio) posto in vendita. A tutto vantaggio del compratore e dei venditori  e, quindi,  di ognuno di noi che siamo al contempo compratori e venditori.

Il mercato, secondo la filosofia economica del “laissez faire” sarebbe perfettamente in grado di fornire, nel migliore dei modi e senza eccezioni,  tutti i servizi, compresi quelli irrinunciabili ( sanità , difesa, pensioni,…..) scaturenti dall’essere cittadini di un determinato Stato ( purtroppo non ancora dal semplice fatto di essere “uomini”). Lo Stato avrebbe quindi la sola funzione di protettore del libero mercato ed anche l’eventuale imposizione di  tasse avrebbe lo stesso fine.

Non siamo ancora giunti ( se non sbaglio)a Stati di questo tipo, essendo  la maggior parte degli stessi, almeno negli intenti, di tipologia socio- economica e gli altri o imperialisti o dittatoriali.

Comunque, quotidianamente,  assistiamo ad una continua  “erosione “, perpretata a scapito di molti diritti, molto faticosamente acquisiti,  giustificata da una  ideologia di “libero mercato” che (è promesso e garantito) “certamente”, anche nel breve periodo, sarà, poi,  in grado di “soddisfarli”; molto meglio di uno Stato “sprecone”, burocratizzato, “oppressivo”, “estremamente esoso”,….

Sebbene le  definizioni appena date calzino perfettamente con lo stato “imbanditoci” dagli attuali e “passati” governanti,  siamo sicuri che, “permettendo” quanto sopra,  non cadremo dalla “padella nella brace”?

Siamo realmente certi che con il libero mercato superiamo il “mercantilismo” di Montaigne (sfruttatore e sfruttato)?.

Tutto è realmente privatizzabile o esistono beni comuni, materiali e immateriali, da salvaguardare per mezzo di istituzioni “fuori mercato”?

E’ vero che la conseguenza logica del libero mercato è quella di un “soddisfacimento “ migliore e generalizzato dei diritti di tutti?

Che fine faranno coloro che non avendo né beni, né soldi, né  servizi da potere “contrattare” saranno di fatto posti “fuori mercato”?

L’esasperazione della  competitività,  insita nell’idea di libero mercato, che dovrebbe portare ad una migliore qualità e ad un prezzo minore,  di fatto non sarà poi la causa dello sfruttamento di “situazioni” non adeguatamente protette  ( precariato e relativa insicurezza nel nostro paese, povertà, mancanza di lavoro, inadeguata protezione “sindacale”,…. in altri) e di una qualità più scarsa, essendo essa difficilmente valutabile dal consumatore finale?

Gustavo F.

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8 thoughts on “Libero mercato e globalizzazione.

  1. La questione è al centro della stessa definizione di sinistra.
    L’ideologia liberista, che ha profonde radici nella storia economica ma che ha trovato i suoi più moderni cantori nell’America reaganiana, ha ricevuto un grande impulso con il crollo dei regimi comunisti. Questi ultimi, fondati sulla pianificazione in economia, rappresentavano, di fatto, la netta alternativa alle politiche economiche del libero mercato.
    Nel secondo dopoguerra gli stati europei avevano, chi più chi meno, realizzato economie nelle quali era contemplata una certa quota di intervento pubblico (una specie di terza via tra il capitalismo selvaggio americano e il comunismo sovietico pianificatore di tutto). Ora il vento americano ha spazzato via molte di queste realizzazioni e siamo costretti a difendere quel che resta dello stato sociale, l’intervento pubblico nei tre pilastri della società: salute, istruzione, previdenza.
    Le maggiori forze politiche, anche quelle che chiamiamo di centro-sinistra, hanno da tempo accettato questo stato di cose e si sono disposte al più a qualche correzione tra le pieghe del mercato.
    La sfida per la sinistra è proprio questa: concepire e costruire una nuova società dove gli uomini possano vivere, sottraendo alla legge di mercato almeno la loro salute, il diritto a vivere e a morire, la libertà …

  2. La gestione pubblica di qualunque cosa non ha mai funzionato e non funzionerà mai!
    E’ solo covo di fannulloni,approfittatori e imbroglioni

    • Quelli che tu nomini sono “reati” e come tali devono essere perseguiti. Immagino che tu mi risponderai che “cane non mangia cane”….e siamo “punto e a capo”

      Esaminiamo il problema e cerchiamo, assieme, una soluzione.
      Il “privato” deve convincerti della “bontà”,efficienza , convenienza,….di quanto sta cercando di venderti, poiché solo così potrà ottenere la tua “accettazione” e di conseguenza i tuoi soldi.
      Il “pubblico” ha già avuto i tuoi soldi (tasse)e quindi salta il passaggio dell’accettazione e di conseguenza non è indispensabile la “bontà”,…. di quanto ti sta fornendo.
      Forse dovremmo rimettere nel pubblico il passaggio mancante dell’accettazione. Cosa certo non facile…
      E’ fuori di dubbio che se tu non hai ricevuto prestazione adeguate per una cosa che, assieme a tutti gli altri cittadini, hai già pagato, ti è stato fatto un danno che deve essere risarcito. E certo, qui, entriamo in un circolo vizioso senza uscita, se il danno subito ti viene risarcito dal “pubblico”, e quindi da un aumento di tasse… per cui alla fine avrai pagato ( assieme a tutti gli altri) un prezzo ancora superiore per una prestazione non adeguata.

      • Gustavo, come esci dal “cul de sac” che hai così ben descritto?… se non con il “privato”?

        • Avevo preavvertito che cercavo, e non davo, “soluzioni”.Comunque la soluzione privato ( in tutto) mi sembra peggiore dello stesso male che vuole curare.
          Facendo l’esempio del “cul de sac” … pensavo ai giudici e alla loro impunità agli errori (nel caso…. paga lo “stato”), se non , forse, con “procedure interne” che al massimo hanno conseguenze nella carriera.
          Comunque, in linea di massima, se la prestazione “pubblica”( prepagata con le tasse) è carente per insufficienza di risorse, questo è un problema che dobbiamo risolvere tutti assieme, se lo è per dolo, bisogna mandare i colpevoli nelle patrie galere, se è provocata da errore o incapacità,…. chi sbaglia deve pagare. Lo “status” di “pubblico” non deve essere uno scudo … semmai un’aggravante

    • Vero è, caro Rocco, che la gestione della cosa pubblica, particolarmente negli ultimi anni in Italia, ha mostrato di essere l’occasione di illecito arricchimento per molti furbi e imbroglioni; ma è altrettanto innegabile che vi sono paesi, quasi dappertutto in Europa, dove il pubblico garantisce servizi che il privato con vocazione (lecita!) di profitto non potrebbe offrire.
      Restando in Italia il boom economico degli anni ’60, com’è universalmente riconosciuto, non sarebbe stato possibile senza le partecipazioni pubbliche nell’economia e l’IRI stesso, qualche anno prima in pieno fascismo, aveva contribuito non poco all’uscita dalla grande depressione del ’29.
      Appena sopra ricordo che vi sono almeno tre pilastri dai quali il pubblico non dovrebbe mai uscire: sanità, istruzione, previdenza; anzi, dai quali, a mio avviso, a essere scacciato dovrebbe essere il privato.
      Ricordi il caso della Clinica Santa Rita di Milano, ribattezzata “Clinica degli orrori”? Un chiaro esempio di amministrazione aziendale finalizzata al profitto e con successo!
      Per molti anni ho lavorato in una banca che era pubblica e nel 1992 venne poi privatizzata. Posso assicurarti, caro Rocco, che quell’anno coincise con l’avvio di una politica aziendale ossessivamente rivolta alla ricerca del massimo profitto con buona pace dell’interesse della clientela e degli stessi dipendenti.
      Il discorso potrebbe continuare a lungo.
      Le statistiche, anche recenti, indicano che l’Italia occupa uno dei gradini più alti per livello della corruzione. Ecco allora qual è il vero problema! Qui si tratta di estirpare questa mala pianta (che anni di berlusconismo, non dimentichiamolo!, hanno contribuito a rinvigorire), piuttosto che lasciare al profitto privato anche quel che non può, in natura, essere regolato dal mercato.

      • Vorrei tornare sui temi generali introdotti da Gustavo, alcuni sotto forma di interrogativi tutt’altro che di facile presa. Le categorie della realtà indicate nell’articolo in commento: la libertà in primis, poi altre espressioni della stessa quali il libero mercato, la concorrenza, la condizione dell’uomo nella società c.d. liberale, ecc., compongono quel complesso di situazioni che Marx, con felice metafora, sosteneva andassero lette con il sistema della “camera oscura” che si utilizzava nelle vecchie macchine fotografiche (e forse ancora nelle proiezioni), che fa apparire le immagini capovolte. Nel senso che la realtà è apparentemente quella che sembra, ma è invero capovolta e sempre contraddittoria. Il capitalismo, nelle sue varie facce, pur avendo introdotto nuove dinamiche nella società, ha nei suoi periodi più floridi apparentemente cambiato la condizione delle classi subalterne, sostituendo il mantenimento dello schiavo da parte del suo padrone con il salario, mantenendolo sempre sotto giogo. Dice bene Gustavo quando parla di “erosione” dei diritti dei lavoratori e dei cittadini da parte della ideologia di “libero mercato”. In effetti, la storia economica insegna non esserci molta compatibilità tra le due cose. Ad esempio, per salvaguardare i diritti di tutti i lavoratori occorrevano misure per evitare le c.d. delocalizzazioni e il mantenimento dei dazi. Ma, fatto questo, che libertà è? Ecco intanto che la libertà stessa, nella sua classica accezione, non è sempre e comunque compatibile con i diritti. L’ esempio vivente di contraddizione in tal senso, come ho vuto modo in altre occasioni di argomentare, è la Cina attuale. Non va inoltre sottaciuto che il tentativo di gran parte della sinistra di “leggere le nuove realta” e di adeguarvisi, prima che il sistema capitalistico cadesse in questo ultimo baratro di contraddizione, quello si è un fallimento.

        • Penso che la sinistra (italiana), dopo avere ottenuto le grandi vittorie degli anni settanta- ottanta ( statuto dei lavoratori, ecc), abbia creduto che queste fossero “definitive”, e si sia data agli “ozi di Capua”. Abbandonata una politica di “lotta” caratterizzata da “rigore”, obbiettivi, ideologie, “continua allerta”,…. vista la scomparsa del “proletariato”, diventato piccolo borghese ( purtroppo solo in apparenza), visto il conclamato fallimento delle sue realizzazioni storiche ( Russia ecc), ha cercato la sua nuova “vocazione” nel diventare paladina della piccola e media borghesia. Non ha saputo “distanziarsi” dai fallimenti storici suddetti, dovuti non ad ideologie errate ma a deviazioni dittatoriali di comodo, e “stranamente” se ne è solo vergognata, perdendo la sua identità. Oggi che , come negli anni sessanta del secolo scorso, sarebbe assolutamente necessaria, non esiste più, se non nella auto definizione di politici di lungo corso assolutamente incapaci, senza idee e progetti, inebetiti dalla droga del potere e senza contatti con una base che di per se è frastornata da mille “imput” e nel totale panico, non vedendo reali prospettive future.

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