Francesco e Leonida

Non so a quanti potrà interessare la mia opinione riguardo la recentissima installazione in Villa comunale ma è senza dubbio il fatto più rilevante della settimana che abbiamo alle spalle e vorrei per questo egualmente commentarlo.

La prima osservazione da fare è che l’iniziativa è stata sottoposta dai suoi ideatori al preliminare vaglio della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia. Un nome lungo, troppo lungo e forse per questo, in passato, colpevolmente dimenticato. Le due nuove statue sono, dunque, rispettose della legge anche se questo non rileva nei termini di un giudizio che ciascuno di noi liberamente darà sull’opportunità di installarle in Villa e sulla loro stessa bellezza. La Villa ospita i busti dei “padri della patria” e degli uomini che meglio hanno illustrato la città nella sua, tutto sommato breve, storia. Tra i primi potremmo certamente lamentare l’assenza di Mazzini che dà peraltro nome ai giardini e che, insieme a Garibaldi, ha ispirato le Società Operaie di Mutuo Soccorso, come quella di Palmi, tra le prime a nascere in Calabria. Tra i secondi, è un’ovvietà, proprio il musicista e lo scrittore. L’installazione delle due statue, che percepisco unite dalla simultanea inaugurazione e soprattutto dalla mano di uno stesso scultore, colma dunque una lacuna. Avrebbero potuto essere dei busti o delle teste per analogia, ad esempio, con quanto a suo tempo fu disposto per Manfroce ma la scelta delle figure intere, in barba a ogni risparmio di materia da modellare e da fondere, può trovare giustificazione nella loro maggiore importanza relativa. Sin qui l’osservazione neutra e per questo a me pare poter dire oggettiva. Il giudizio sulle due sculture non può che, viceversa, essere soggettivo e affidato alla nostre personali valutazioni. Le mie non saranno necessariamente le vostre.



Dato che non sono un critico d’arte posso del resto soltanto dire se mi piacciono o non mi piacciono ed eventualmente perché. Ebbene sì, mi piacciono. Trovo felice la scelta di rappresentarli con quella “ruvida” materia che allontana lo spettro della melensa e volgare oleografia. Osservo e apprezzo le mani affusolate e garbatamente strette in grembo del musicista e quelle robuste e nodose dell’uomo sanguigno che fu lo scrittore. Comprendo la quiete in cui è stato figurato il compositore  e l’ansia di agire che traspare dalla rocciosa figura del politico. Sono, infine, contento di vederli tornare in quella Palmi che mai rinnegarono pur staccandosene, immagino dolorosamente, per tanta parte della loro fortunata vita di protagonisti del Novecento.

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