David Sylvian

David Sylvian – nato David Alan Batt il 23 febbraio del 1958 nel Regno Unito – ha segnato irrimediabilmente il mio percorso musicale, l’ho incontrato nella seconda metà degli anni ’80 grazie al caro amico Saverio Ceravolo ed ascoltando Giampiero Vigorito, nelle notti trascorse in compagnia di RAI Stereonotte, e non l’ho più abbandonato!

In tanti momenti significativi della mia vita sono stato, e sono ancora oggi, custodito dalla musica di David Sylvian: lo ascolto per comprendere meglio le emozioni o per lasciarmi condurre in luoghi dove posso riflettere e dove si rilassano e si consumano i miei pensieri.

David Sylvian ha scritto musica perfettamente in simbiosi con i testi creando atmosfere che risuonano in modo straordinario per l’ascoltatore. La sua musica riesce ad evocare emozione e cambiare l’approccio alle cose, fa vedere il mondo con altre colorazioni ed in modo diverso.

Lo ritroviamo alla fine degli anni ’70 giovanissimo frontman dei Japan – band costituita da musicisti di grande talento – che oltre a David Sylvian era composta da Mick Karn al basso, Richard Barbieri alle tastiere, Steve Jansen– nato Steve Batt e fratello di David – alla batteria e, per un breve periodo, Rob Dean alla chitarra. Possiamo dire tranquillamente che i Japan hanno prodotto musica di grande qualità, in anticipo sui tempi, diversa quanto basta per essere interessante. Senza Sylvian i Japan non sarebbero esistiti: per l’immagine e per le composizioni musicali è stato determinante al fine del successo del gruppo. I Japan si sciolsero il 16 dicembre del 1982 al termine dell’ultimo concerto del tour fatto a Nagoya in Giappone; è chiaro che Sylvian non sopportava più l’aumentata attenzione mediatica dovuta al successo e non sopportava, soprattutto, le manipolazioni del management della band che aveva fiutato il grosso affare frutto dell’investimento fatto sul gruppo. I Japan sono stati, ovviamente, un prodotto su cui investire per le case discografiche del tempo, ossessionate dal raggiungimento del successo, dalla celebrità mediante un’esposizione massiccia ed un marketing d’immagine spregiudicato: tutte cose malviste da David Sylvian che, abbandonati i Japan, passa da star del pop ad un territorio inizialmente sconosciuto dei generi musicali più d’avanguardia, sperimentali e non commerciali. Intraprende, infatti, un cammino che lo porterà a diventare uno dei compositori sperimentali più significativi: il ruolo che detiene sulla scena musicale è assolutamente unico e irripetibile.

Sylvian “sfrutta” gli anni con i Japan come una buona scuola. Impara molto dagli errori commessi, affina l’arte di scrivere, fa esperienza su come tirare fuori il meglio da se stesso e dai musicisti che di volta in volta collaboreranno con lui; insomma getta le basi per la sua carriera futura.

Ripercorrendo la sua carriera da solista si vede come furono influenti sia i riferimenti iniziali dei Japan che le tante collaborazioni significative, ad iniziare da Brian Eno, passando per Robert Fripp e dal trombettista Jon Hassell. Una fonte d’ispirazione importantissima per il percorso musicale di Sylvian è sicuramente il compositore tedesco Karlheinz Stockhausen – colui che ha ispirato le linee astratte del sintetizzatore in “Ghosts(Japan) – tanto influente che porterà David a coinvolgere nei suoi progetti futuri molti musicisti usciti dalla sua scuola e ad improvvisare persino con suo figlio. Un altro grande apporto al percorso di Sylvian è certamente dato dall’incontro con Ryūichi Sakamoto. Il compositore giapponese lo cerca per una collaborazione su un brano composto per la colonna sonora del film “Merry Christmas Mr. Lawrence” – Sylvian ne scriverà il testo e ne stravolgerà la melodia propostagli – così “ForbiddenColours” uscirà nel 1983 e molti identificano questo lavoro come il vero inizio della carriera solista di David. Durante la scrittura di “ForbiddenColours”, Sylvian mette in discussione il suo cammino verso la consapevolezza spirituale ed inizia la ricerca di qualcosa di più soddisfacente; questa ricerca di una vera illuminazione e della capacità di ricostruire se stesso e la propria fede, lo spinge ad accostarsi agli insegnamenti del filosofo Georges Ivanovič Gurdjieff, quindi al sufismo, al cristianesimo gnostico, al buddismo ed all’induismo. Sono tutte dottrine che hanno avuto presa in tempi diversi durante la sua vita; all’epoca di “ForbiddenColours” inizia il suo allontanamento dall’idea che i valori cristiani detengano la chiave dell’illuminazione spirituale ed il testo tratta, appunto, della perdita della fede, del dubbio, della sofferenza e del divino – temi, questi ultimi, che Sylvian successivamente ebbe difficoltà a riconoscere nel testo stesso della canzone, soprattutto quando la sua evoluzione lo portò ad un forte legame col buddismo e con l’induismo, dove è impensabile una distanza tra il divino e l’individuo e non importa se tale distanza è rappresentata da una vita da colmare con la morte, e dove il divino è sempre disponibile per tutti.

Altra persona importante per la mentalità musicale di David Sylvian è rappresentata dalla compagna dell’epoca, la fotografa giapponese Yuka Fujii, e dal grande interesse che lei nutriva per il jazz. Lo introdusse alle questioni più particolari del jazz, come l’importanza dell’improvvisazione, e lo aiutò ad iniziare una disciplina spirituale nella sua vita quotidiana.

Nel 1984 per la Virgin Records esce “BrilliantTrees”, il primo album solista di David Sylvian, coprodotto con Steve Nye – registrato tra Berlino e Londra con dei musicisti eccezionali (Holger CzukayRyūichi SakamotoJon HassellKenny WheelerMark IshamPhil PalmerRonny DraytonWayne BraithwaiteDanny ThompsonSteve JansenRichard Barbieri) che portarono ognuno il proprio contributo creando un disco accattivante e profondamente suggestivo.

Nel 1985 viene pubblicato, sempre per la Virgin, “Alchemy: An Index of Possibilities”, due tracce interamente strumentali frutto delle collaborazioni rispettivamente con Ryūichi Sakamoto e Jon Hassell.

Il 13 settembre 1986 esce il doppio album “Gone To Earth” (Virgin Records) dalla copertina disegnata dall’artista inglese Russell Mills; un disco di canzoni dalle tematiche complesse quanto gli arrangiamenti e dai testi variamente ispirati sia dal lirismo di Milan Kundera che dal verdeggiante esoterismo di Joseph Beuys. In questo disco, oltre ai fedelissimi musicisti, si sono aggiunti Bill Nelson e Robert Fripp alle chitarre.

“Secrets Of The Beehive” (Virgin Records) viene pubblicato a novembre del 1987, in questo album presteranno la loro arte musicale, insieme allo zoccolo duro dei musicisti già presenti nei precedenti dischi: Ryūichi Sakamoto al pianoforte e come arrangiatore delle parti orchestrali, David Torn alla chitarra, Danny Cummings alle percussioni e Brian Gascoigne. Questo lavoro fu giudicato da molti come la registrazione più completa di Sylvian fino a quel momento e rappresenta la fine della prima fase della sua carriera da solista; anche lo stile vocale stava cominciando a cambiare.

Dopo la pubblicazione di “Secrets Of The Beehive”, Sylvian si prese una pausa dalla musica e si gettò a capofitto nella lettura, nel disegno e nei viaggi, conducendo quella che lui considerava una vita normale. Ci vorranno dodici lunghi e tribolati anni per ascoltare una nuova opera del nostro David, che nel frattempo lascia Yuka Fujii e sposa la cantante americana Ingrid Julia Chavez.

A marzo del 1999 esce, finalmente, “Dead Bees On A Cake”(Virgin) che segna la rinascita di Sylvian, un po’ come una fenice che risorge dalle sue ceneri. Questo è un album ricco di composizioni, ognuna delle quali tratta apertamente della felicità della sua relazione con Ingrid Chavez, della sua famiglia, dei suoi maestri e del divino; l’introspezione un po’ tetra degli album precedenti viene sostituita da una ventata di ottimismo.Suonano assieme a lui in questo disco: Marc Ribot e Bill Frisell (chitarre), Ryūichi Sakamoto e Tommy Barbarella (piano rhodes), Kenny Wheeler (flicorno), Lawrence Feldman (flauto), Deepak Ram (flauto indiano o bansuri), John Giblin (basso), Chris Minh Doky (contrabbasso), Steve Jansen, Ged Lynch e Skoota Warner (batteria e percussioni), Talvin Singh (tabla), Steve Tibbetts (gong), Shree Maa e Ingrid Chavez (voce). Shree Maa è il personaggio centrale di questo periodo per David Sylvian, una santona indiana che per un certo periodo si trasferì a Minneapolis a vivere nella stessa casa con i coniugi Batt; cantava in lingua sanscrita ogni mattina e la sua voce risuonava in tutta la casa, tanto che Sylvian, che nutriva una vera e propria devozione per la donna, le chiese il permesso di registrarla. La registrazione divenne una canzone, “Praise”, che finì a far parte del disco; una canzone di amore puro, di ricerca e di apprezzamento del divino, una lode alle tre manifestazioni della Divina Madre che nella mitologia induista si chiamano Chandi, Durgā e Lakshmi.

Con l’uscita della compilation “Everything and Nothing”, prima, e con “Camphor”, poi, si chiuse definitivamente il rapporto che legava Sylvian alla Virgin Records; il 27 settembre del 2001 David fonda una sua etichetta creando la Samadhi Sound nello stato di New Hampshire.

Camphor – una sorta di sostanza usata in molti riti devozionali con diverse proprietà curative – fu una vera e propria tela bianca su cui Sylvian ebbe l’opportunità di presentare i suoi lavori strumentali più complessi che aveva composto in passato.

Nel 2003 esce “Blemish” per la Samadhi Sound, una composizione irregolare e potente allo stesso tempo, dove Sylvian si mette a nudo, condividendo le sue crude emozioni derivanti dallo shock del deteriorarsi e della successiva fine della sua relazione con Ingrid Chavez. Il disco fu registrato in sole sei settimane e rappresenta un grande passo avanti nell’evoluzione musicale di Sylvian; la destrutturazione del formato tradizionale delle canzoni raggiunge il suo apice. “Blemish” è una compilation di brani atonali e innovativi che evocano, dolorosamente, l’umore del compositore. L’album è interamente composto, arrangiato e suonato da Sylvian tranne “The Good Son”, “SheIs Not” e “How Little We Need To Be Happy” che furono scritti assieme a Derek Bailey, e il brano finale, “A Fire in the Forest”, che fu arrangiato da Christian Fennesz.

Questo mio articolo su David Sylvian – mia guida musicale – non vuole avere la pretesa di trattare in maniera dettagliata tutte le sue pubblicazioni discografiche – mi fermo a “Blemish” – sarebbe una follia e non basterebbero poche righe, servirebbe ben altro e rischierei di farvi perdere l’attenzione e l’interesse verso questo grandissimo innovatore della musica contemporanea; piuttosto vuole essere un suggerimento per coloro i quali avranno il desiderio e la curiosità di conoscere meglio David Sylvian, un enigmatico artista, intraprendendo questo cammino lungo la sua evoluzione personale, spirituale e musicale.

Buon viaggio

Francesco Braganò

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Ceravolo Saverio ha detto:

    “Nostalgia”

    1. Francesco Bragano' ha detto:

      Grazie Saverio, i tuoi suggerimenti musicali hanno illuminato il mio cammino!

      1. Pino Morelli ha detto:

        Ciao. Mi è piaciuto il tuo articolo e ho gradito gli approfondimenti sotto l’aspetto spirituale dell’artista.
        L’unica cosa che non capisco è quando scrivi che ci vollero ben 13 anni per un suo nuovo album dopo “Secrets”… E “The First Day”, dove lo mettiamo? Ho gestito per vent’anni un negozio di dischi, e ricordo perfettamente l’attesa uscita di quell’album. In particolare il doppio cd singolo in lussuoso digipak contenente una preziosissima suite intitolata: “Earthbound” che lascia il segno.
        Cordialità

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