Alba fatale

The Ox-Bow Incident

USA – 1943

Nevada 1885. Due amici, Gil (Henry Fonda) e Art (Harry Morgan), ritornano in un piccolo villaggio del west nel giorno in cui si diffonde la notizia che un allevatore di bestiame di origine irlandese è misteriosamente scomparso, probabilmente dopo essere stato derubato e assassinato. La circostanza provoca fermento e agitazione nella cittadinanza, sobillata da un uomo che si spaccia per un alto ufficiale dell’esercito (Frank Conroy) e da una vecchia megera (Jane Darwell). Nel corso di un’assurda caccia all’uomo tre uomini, guidati da Donald Martin (Dana Andrews), nonostante i loro chiarimenti circa il possesso di alcuni capi di bestiame dell’allevatore scomparso, vengono catturati e –sebbene proclamino la loro innocenza– condannati all’impiccagione. Ma subito dopo l’esecuzione capitale, arriva lo sceriffo con la notizia che lo scomparso è vivo e vegeto.

Regia: William A. Wellman

Attori: Henry FondaGil Carter, Dana AndrewsDonald Martin, Anthony QuinnJuan Martinez il messicano, Mary Beth HughesRose Mapen, William EytheGerald Tetley, Harry Morgan– Art Croft, Jane DarwellMamma Grier, FrankConroy –Magg. Tetley, Matt Briggs – Giudice Tyler, Francis Ford – il vecchio, Marc Lawrence – Farnley

Soggetto: Walter Van Tilburg Clark

Sceneggiatura: Lamar Trotti

Fotografia: Arthur C. Miller

Musiche: Cyril J. Mockridge

Montaggio: Allen McNeil

Scenografia: James Basevi, Richard Day

Costumi: Earl Luick

Durata:75′Colore:B/NGenere:WESTERN

NOTE

– CANDIDATO AL PREMIO OSCAR NEL 1943 COME MIGLIOR FILM.

– NEL 1943 È STATO INDICATO TRA I MIGLIORI DIECI FILM DELL’ANNO DAL NATIONAL BOARD OF REVIEW

Henry Fonda – Harry Morgan

NOTA CRITICA-INFORMATIVA

William Wellman, tra i cineasti indispensabili per comprendere lo sviluppo produttivo ed estetico di Hollywood durante gli anni Trenta, aveva già girato western atipici con uno stile chiaro, privo di ambiguità e particolare attenzione alla ricerca. Nel 1936 aveva ad esempio diretto il film Robin Hood dell’Eldorado ispirato alla figura semileggendaria del messicano Joaquin Murrieta (1829-1853) che si oppose alla colonizzazione della California nel periodo della corsa all’oro. Non c’è dubbio che per riscoprire e rilanciare questo prolifico regista, quasi scomparso dalle pagine dei critici di professione, il miglior modo è quello di iniziare a vedere Alba fatale, la migliore pellicola della sua filmografia centrata sul linciaggio, tema già affrontato da Fritz Lang in Furia (1936). Wellman, dopo aver letto il romanzo di Walter Clark, intitolato “The Ox-Bow Incident”, propose alla 2Oth Century Fox l’adattamento cinematografico. In un primo momento trovò delle resistenze in quanto si prospettava che una pellicola così anticonvenzionale, lontana dagli stilemi tipici del genere western come la mitizzazione della figura del cowboy, dell’ideale della frontiera, della conquista e della fiducia nel progresso, avrebbe avuto poche possibilità di successo. Poi ebbe il via libera in cambio dell’impegno di dirigere due western commerciali. Con Alba fatale Wellman smantella il mito della frontiera facendo dell’ambientazione western un pretesto per una intensa galleria psicologica di personaggi ripresi spesso in campo o controcampo per evidenziare i rapporti di forza o di debolezza, e documenta non la storia di un eroe ma la storia di una situazione, la rovina e lo sfruttamento della frontiera, la morte della giustizia disperatamente perseguita dalle vittime del linciaggio. Con uno stile sobrio e essenziale Wellman sostituisce all’eroismo e alla speranza nel futuro un generale sentimento di impotenza ben rappresentato da Gil Carter (Henry Fonda) che, pur schierandosi con i condannati, rimane inerte di fronte al loro linciaggio. Lontano dalle grandi cavalcate, dagli scontri con i pellerossa, dagli sfondi di grandi paesaggi naturali tipici del cinema di John Ford, il regista si concentra sui volti spenti, tristi e desolati dei personaggi come appaiono nell’ultima sequenza al bancone del saloon mentre Gil Carter legge la commovente lettera di Donald Martin (interpretato da un incisivo e straordinario Dana Andrews) alla moglie: “Un uomo non può farsi la legge da sé e uccidere senza far male a tutto il genere umano, perché così ha violato non solo una legge, ma tutte le leggi del mondo”. Wellman non solo demolisce la figura dell’eroe romantico alla John Wayne, ma mette in luce la sua dura critica nei confronti delle masse obnubilate, che dominate da un’istintività animale, portano con sé l’incapacità di distinguere il giusto dall’ingiusto sbarrando così la strada dell’etica e della coscienza. Il film è a suo modo esemplare, un modello per tutto il western anticonvenzionale che verrà dopo ed è scritto in un linguaggio moderno, fatto di inquadrature rigorose e di un montaggio che non lascia spazio al divismo o alla spettacolarizzazione. Memorabile la sequenza dell’impiccagione, risolta fuori campo e visualizzata solo dalle lunghe ombre dei tre uomini linciati che sembrano inseguire i loro giustizieri, e soprattutto l’incipit del film: l’ingresso dei due amici, Gil e Art, nel villaggio deserto, sulle note di «Red River Valley»; lo sguardo e i commenti di Henry Fonda a proposito del quadro dietro il banco del saloon (una bionda procace spiata da un uomo sullo sfondo). Il film si trova su Youtube.

Mimmo Gagliostro – 10 febbraio 2021

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. L’opera è una chiara condanna della pena di morte, ingiusta in assoluto ma per forza di cose non commutabile neppure a fronte della più evidente delle prove a discarico, l’assenza del delitto. Sorprende che a distanza di 80 anni da questa denuncia il boia agisca ancora su tanta parte del territorio degli USA.

  2. Non c’è dubbio che il film è una chiara condanna della pena di morte, soprattutto nella sua forma più immonda, il linciaggio. Ma non trascurare la sua spietata critica alla massificazione della società. Tieni conto che è un film del 1943 e l’Europa è sconquassata dalla Guerra, provocata dal totalitarismo fascio – nazista che si è imposto grazie a quell’organismo acefalo che è la massa.

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