Elio Petri, un regista controcorrente

Negli anni Sessanta il cinema ha compiuto uno dei salti di qualità più decisivi della sua storia trasformandosi da evasione nello spettacolo tranquillizzante in veicolo di dubbi e catalogo di problemi; da supporto ideologico delle classi dominanti in libera demistificazione del presente. Uno dei protagonisti di quegli anni è stato senza dubbio Elio Petri, uno dei registi più importanti del cinema italiano. La prima volta che mi accostai al suo cinema fu nel 1977 quando andai a vedere Todo Modo (1976); una commedia grottesca che denunciava il potere democristiano e che determinò una levata di scudi da parte della critica cattolica. A distanza di molti anni dalla prematura morte del grande regista riaffiorano i ricordi di quei tempi caldi e memorabili. Figlio di un calderaio antifascista, Petri nasce nel 1929 a Roma, in via dei Giubbonari. La strada, la cellula del partito comunista, il varietà, il cinema e le biblioteche comunali sono i luoghi della sua formazione umana e intellettuale. Ad Alfredo Rossi, autore di un prezioso libro scritto su di lui, diceva: «vengo da una famiglia di lavoratori, povera, se non poverissima. Ho scelto istintivamente di parteggiare per ilavoratori». In quelle stesse pagine diceva anche di non essere comunista, se essere comunista vuol dire accettare la disciplina di partito, tanto che lasciò il Pci dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Il suo primo film, L’assassino (1961), che subì guai censori per aver mostrato la polizia operare con metodi illeciti, indaga sui rapporti tra suddito e autorità. Segue I giorni contati (1962), dove un grande Salvo Randone interpreta uno stagnino che sa di avere una malattia terminale e fa i conti con la vita che fugge. È un disilluso atto d’accusa contro il sistema capitalistico, delle sofferenze e delle contraddizioni che questo produce, ma visto in maniera soggettiva e intimista. Nel dicembre del 1969, con l’attentato di piazza Fontana e la morte in circostanze misteriose presso la questura di Milano dell’anarchico Pinelli, inizia la strategia della tensione. Le strade delle grandi città del Nord sono percorse da grandi manifestazioni che vedono insieme studenti e operai. In questo clima ricco di fermenti politici e sociali, di scontri e dure repressioni viene proiettato nelle sale cinematografiche, sotto la minaccia di un sequestro imminente richiesto da alcuni dirigenti della questura di Milano, il primo film della cosiddetta “trilogia della nevrosi”, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Premio speciale a Cannes e Oscar come migliore film straniero). Indagine,che rappresenta la nevrosi del potere, venne visto dai più come un film politico che prendeva di mira la polizia e ne offriva un’immagine a dir poco grottesca e deviante. Il secondo film della trilogia, La classe operaia va in paradiso (1971, Palma d’Oro ex aequo con Le mani sulla città di Rosi) descrive la nevrosi del lavoro. È un racconto allegorico sulla condizione degli operai incerti tra il mito della rivoluzione e il mito del benessere che rimanda al pensiero del filosofo tedesco Herbert Marcuse che nel suo capolavoro “L’uomo a una dimensione” afferma che è scomparsa ogni forma di contraddizione all’interno della società con conseguente inglobamento della classe operaia nel sistema capitalistico. Il film, interpretato magistralmente da Gian Maria Volonté che vestiva i panni dell’operaio Lulù passato dal cottimo alla teorizzazione dello sciopero ad oltranza, all’epoca scatenò furibonde polemiche tanto che al Festival di Porretta Terme Jean-Marie Straub disse che film così vanno bruciati. La maggioranza della sinistra militante, i sindacati e gli intellettuali operaisti del Pci si scagliarono duramente contro il non allineato Petri. La proprietà non è più un furto (1973) conclude la trilogia, rappresentando in questo caso la nevrosi del denaro. Con il suo ultimo film Buone notizie (1979), Petri vuol dirci esattamente il contrario, e cioè che ci sono solo pessime notizie. Quanto mai di più vero se oggi  il mito della crescita economica, legato al modo di produzione capitalistico, distrugge ambiente e risorse; se le forze economiche dettano legge e quasi tutti i politici sono nelle loro mani; se vediamo l’innalzarsi di muri in Europa per impedire l’ingresso di bambini, donne e uomini che scappano dalla guerra e dalla fame; se ravvisiamo xenofobia e razzismo nei confronti dei migranti; se l’antisemitismo sta crescendo in ogni angolo della società; se i diritti conquistati dai lavoratori nel secolo scorso vengono sistematicamente cancellati. Petri, regista scomodo e controcorrente, è stato sostanzialmente rimosso, ma la sua l’opera, impregnata di sferzante ironia, di satira spietata, di critica sociale, di apologhi grotteschi può aiutarci ad analizzare e capire i meccanismi perversi del potere, della violenza e della mercificazione, innescando quel processo di cambiamento personale e strutturale che può condurci sull’ultima strada percorribile per evitare di correre verso la catastrofe.

Mimmo Gagliostro13 gennaio 2021

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Non solo brutte notizie … Petri ci ha insegnato che il dissenso è possibile e necessario. Nessun partito, nessuna forza politica sopravvive a se stessa se non tollera la discussione o la critica, neppure se questa è forzatamente tenuta al chiuso per il vero o finto timore di indebolirsi nel confronto esterno.

  2. Il tuo commento è quanto mai azzeccato. Ma a che prezzo il dissenso? Ostracismo, querela, intimidazione, espulsione. Mi viene in mente la querela per “danno d’immagine” presentata dal democratico Nardella, sindaco di Firenze, e dalla sua giunta nei confronti dello storico e critico d’arte Tomaso Montanari. Il potere non tollera critiche, ha bisogno solo di servi e di adulatori. E non tutti sono Montanari. Viviamo un tempo in cui i cortigiani sono molti e stanno seduti a tavola con i loro sovrani

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