Malinverno – Domenico Dara

Se ci pensate, le storie esistono solo se vengono raccontate. Il silenzio, l’assenza non generano storie. Però i fatti accadono, la realtà fluisce comunque; ma se nessuno la racconta, la realtà dei fatti non esiste. Realtà, poi. Storie, piuttosto, di esseri umani. Le storie sono fatte di parole e le parole, per rimanere, devono essere scritte, altrimenti le storie e le persone raccontate svaniscono. I libri e gli uomini sono dunque uniti da una relazione biunivoca, gli uni esistono se esistono gli altri e viceversa. Così accade che nel paese di Timpamara (timpa, cioè dirupo, burrone, collinetta scoscesa e amara, nell’accezione di povera, triste) nel centro di una Calabria trasognata, si verifichino fatti unici. Un enorme stabilimento per il macero di libri usati, sorto nel tempo ai margini del borgo, dà lavoro a tantissimi paesani ed è al contempo l’utero da cui nascono vicende e uomini, legati a filo doppio ai fogli di carta sparpagliati in giro da un vento insistente. A fare da Virgilio tra le viuzze di Timpamara un individuo solitario, al tempo stesso bibliotecario e camposantaro, con la fissa della riscrittura dei finali dei libri famosi. E poi ci sono cani psicopompi, peli che nascono dal cuore, voci sussurrate nel silenzio dei vialetti che possono essere captate solo dal magnetofono … realismo magico? Un libro che è un piccolo capolavoro intimista e lunare, al tempo stesso atto di sconfinato amore per la lettura e di morte rituale del libro, in una compenetrazione di opposti quasi eraclitea. Mi consento un solo, piccolo spoiler da calabrese: i cognomi della miriade di personaggi che popolano Timpamara sono tutti toponimi reali di città e paesi della Calabria, quasi a voler rimarcare l’origine terragna delle loro vicende.

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  1. Sì, perfetto! Le storie, anzi la Storia esiste da quando può essere raccontata. Tutto ebbe inizio con l’invenzione più gravida e più potente che la nostra specie abbia mai fatto: la scrittura.

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