Adua e le compagne

ITALIA – 1960

Dopo la chiusura delle case di tolleranza, Adua (Simone Signoret), Milly (Gina Rovere), Lolita (Sandra Milo) e Marilina (Emmanuelle Riva) decidono di aprire una trattoria fuori città: si creeranno così un lavoro onesto, che servirà a mascherare l’attività equivoca cui sono abituate. Esse hanno l’aiuto non disinteressato di un certo Ercoli (Claudio Gora) che facilita le pratiche per la licenza di esercizio, ma impone le sue condizioni. Nei primi mesi le donne dovranno avere un contegno irreprensibile per non dar adito a sospetti; poi riprenderanno la solita attività e divideranno con il protettore i proventi. Per Adua e le compagne inizia una nuova vita: imparano a conoscere il lavoro e ne traggono una serenità d’animo sconosciuta. La trattoria prospera e alle donne si apre la prospettiva di un possibile reinserimento nella società. Quando si presenta Ercoli, le quattro amiche si rifiutano di dare esecuzione ai patti e lo cacciano. Ma lo sfruttatore si vendica immediatamente e riesce a far chiudere la trattoria. Adua e le compagne cercano qualcuno che le aiuti, ma tutti si ritirano e le abbandonano al loro destino. In un impeto di rabbia e di disperazione le donne distruggono la trattoria e ritornano alla loro triste vita.

Regia: Antonio Pietrangeli

Attori: Simone Signoret – AduaSandra Milo – LolitaEmmanuelle Riva – MarilinaGina Rovere– MillyClaudio Gora– ErcoliMarcello Mastroianni– Piero SilvagniIvo Garrani – AvvocatoGianrico Tedeschi – StefanoAntonio Rais – EmilioDuilio D’Amore– Frate MicheleValeria Fabrizi – Fosca la bionda,Luciana Gilli– DoraEnzo Maggio– Calypso

Soggetto: Ettore ScolaAntonio PietrangeliRuggero Maccari

Sceneggiatura: Ettore ScolaTullio PinelliAntonio Pietrangeli, Ruggero Maccari

Fotografia: Armando Nannuzzi

Musiche: Piero Piccioni

Montaggio: Eraldo Da Roma

Scenografia: Luigi Scaccianoce

Costumi: Danilo Donati

Durata: 106′Colore: B/NGenere: DRAMMATICO, SOCIALE

NOTE

– PRESENTATO AL XXI FESTIVAL DI VENEZIA (1960).

NOTA CRITICA – INFORMATIVA

Giunsi alla porta aperta della Casa chiusa…In quel momento sull’alto della scala apparve l’ultima signorina seguita dalla piccola serva…Un bianco vestito di merletto le scendeva stretto sino ai piedi con un breve spacco da un lato che lasciava intravedere una coscia nuda, bionda con i capelli ravviati come un diadema, nere le sopracciglia inarcate sugli occhi neri fissi e innocenti. Sembrava la bizantina Teodora e tutto si componeva come nel mosaico di Ravenna… Il nome di quella signorina non poteva essere diverso di quello che riassumeva tutta un’epoca, si chiamava Nadia”.

Giovanni Comisso

A mezzanotte del 19 settembre del 1958 entrava in vigore la legge promossa dalla senatrice socialista Lina Merlin che aboliva le case di tolleranza. Buzzati, Montanelli, Soldati, Comisso, intellettuali che godevano di un certo prestigio, manifestarono una appassionata difesa di quelle “case”, e criticarono con veemenza la legge. Per Montanelli fu addirittura un “colpo di piccone” capace di “far crollare l’intero edificio” su cui si basava la società italiana. In quel contesto storico-politico-sociale, all’alba del boom economico, il cinema attraverso Adua e le compagne focalizzò l’attenzione sulle prostitute colpevolmente abbandonate a sé stesse da una riforma il cui nobile intento era quello di liberare le ragazze dallo sfruttamento e dalla schiavitù, ma che purtroppo fallì perché non era prevista nessuna forma di tutela nei loro confronti. Infatti, chiuse le case di tolleranza le prostitute si riversarono sulle strade o in squallide pensioni, sfuggendo al controllo statale per finire in mano alla malavita. Pietrangeli, regista tra i migliori e forse più sottovalutati della sua generazione, è stato uno straordinario ritrattista di figure femminili descritte con sensibile acume psicologico, con uno sguardo amorevole e carico di compassione. Nel suo cinema ritroviamo donne ingenue come Adriana in Io la conoscevo bene (1965), donne sole e fragili come Pina in La visita(1963) che si scontrano con un modo maschile egoista, irriconoscente e immaturo. Il film inizia con la chiusura di un bordello, che getta le prostitute sulla strada; quattro di loro, Adua, Lolita, Milly e Marilina si uniscono per aprire un ristorante, alla ricerca di una vita migliore. Ma il loro sogno viene frustrato da una società ipocrita, bigotta e meschina che le rinfaccia continuamente il loro passato. Pietrangeli dipinge un affresco sociologico e drammatico della società dell’epoca e affonda colpi durissimi nel tessuto socio-culturale dell’Italia del boom economico mettendo alla sbarra un’intera comunità, colpevole di approfittarsi dei suoi “ultimi” per poi lasciarli a loro stessi senza un minimo di sostegno. Il perbenismo più la falsa morale della famiglia per bene la fanno da padroni, quindi le prostitute, in un mondo che le ha etichettate, non hanno nessuna possibilità di essere indipendenti, non possono redimersi sono semplicemente un oggetto di consumo, sono scomode e anti-sociali. Oltre alle ragazze, personaggi chiave del film sono Silvagni (Marcello Mastroianni), uomo senza morale, senza ideali, né rispetto, e Ercoli (Claudio Gora), protettore volgare e senza scrupoli. Forse c’è qualche passaggio didascalico, l’aggregazione tra le varie parti del film non sempre è riuscita e il prefinale è un po’ veloce, ma Adua e le compagne tocca il cuore, alternando dolcezza e asprezza, in un crescendo che culmina nella sequenza finale, straziante, dove si vede Adua, tornata sulla strada, rifiutata dal cliente che preferisce la sua collega più giovane, ripetere: “Non ce la faccio, non ce la faccio”. Nella fatalità che accompagna la vita della protagonista non è difficile vedere quanto il tema della prostituzione sul marciapiede sia scottante e attuale. Simone Signoret offre una prova di grande intensità, ma gli altri, e in particolare Emmanuelle Riva e Sandra Milo non demeritano. La fotografia di Armando Nannuzzi, in bianchi smaglianti e neri profondi, è splendida, come ricca e complessa è la scenografia degli interni. Magnifica, struggente, sensuale la musica di Piero Piccioni. Jazz puro e avvolgente.

Sandra Milo
Emmanuelle Riva – Sandra Milo – Gina Rovere – Simone Signoret

Mimmo Gagliostro – 6 gennaio 2021

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Una questione tutt’oggi irrisolta. Mi pare che il regista cada nella trappola intellettuale, all’epoca dominante, della prostituzione come alternativa obbligata alla miseria. Così lo stato, con la legge Merlin, avrebbe fallito i suoi obiettivi per non aver offerto una possibilità di riscatto economico alla povertà femminile. Una tesi comoda e semplice che non convince più

  2. Caro Pino, ritengo che il tuo commento sia andato completamente fuori strada. Pietrangeli non ha mai visto la prostituzione come alternativa alla miseria, e mai ha criticato la legge Merlin, a differenza dei noti intellettuali citati. Semplicemente si limita a bersagliare quell’universo maschile viscido, pavido e superficiale, specchio di una società priva di comprensione e implacabile. Forse non conosci la poetica di Pietrangeli, ma nei confronti delle donne ha sempre avuto un approccio amorevole e compassionevole. Per quanto riguarda la legge Merlin, se vogliamo essere intellettualmente onesti, non si può dire che abbia funzionato. L’intento era lodevole e condivisibile, ma senza tutele da parte dello Stato le ragazze, dopo aver abbandonato le “case”, sono finite sui marciapiedi. Puoi considerarlo un successo? Ecco perché ritengo, e sono d’accordo con te, che è ora di affrontare il problema della prostituzione, che è ineliminabile, senza approcci di tipo moralistico o repressivo. Ti consiglio di vedere il film e quel capolavoro che è “Io la conoscevo bene”, oltre che “La visita”.

    1. Caro Mimmo, questo è il rischio nel quale si incappa nel commentare un film mai visto. In realtà, tuttavia, io commentavo la tua critica al film nella quale, ora so erroneamente, vedevo la riduzione del tema della prostituzione a quello della sofferenza economica e materiale di donne costrette alla vendita del proprio corpo (a questo fa pensare la stessa scena finale da te riportata nella quale Adua ripete ossessivamente di non farcela). Vero è che in quegli anni, complice un moralismo sciocco e ipocrita, molte di quelle donne dovevano soggiacere a una non voluta “protezione”. Questo abominevole sfruttamento andava ferocemente represso (come va represso ancor oggi) ma la legge Merlin ha fallito anche in questo intento, anzi ha (certo involontariamente) rafforzato la criminale presa su questo odioso “segmento di mercato”.

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